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Vasily Arkhipov: l'ufficiale sovietico che il 27 ottobre 1962 disse "no" e impedì la guerra nucleare

A 75 metri sott'acqua nel Mar dei Sargassi, una sola firma mancante bloccò il lancio di un siluro atomico contro la US Navy.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Interno di un sottomarino militare, ambiente in cui Vasily Arkhipov rifiutò il lancio del siluro nucleare nel 1962
Interno di un sottomarino militare, ambiente in cui Vasily Arkhipov rifiutò il lancio del siluro nucleare nel 1962

Il 27 ottobre 1962 è ricordato dagli storici come il giorno più pericoloso della Guerra Fredda. Nel Mar dei Sargassi, una sessantina di chilometri a est di Cuba, la US Navy stava cercando da giorni quattro sottomarini sovietici di classe Foxtrot inviati a scortare le navi del Cremlino verso L'Avana. Quel pomeriggio, undici cacciatorpediniere americani e l'incrociatore USS Randolph stringevano in una morsa il B-59, sottomarino sovietico armato di un siluro nucleare equivalente a 10 kilotoni, due terzi della bomba di Hiroshima. Nel sottomarino, alla profondità di circa 200 metri, l'aria condizionata era spenta da tre giorni, la CO₂ superava il 4%, la temperatura si avvicinava ai 60 °C. Senza contatto radio con Mosca da almeno 24 ore, l'equipaggio non sapeva se fosse o non fosse cominciata la Terza Guerra Mondiale. La storia è ricostruita in dettaglio nel National Security Archive della George Washington University.

Il regolamento sovietico: serviva l'unanimità

Il B-59 era comandato dal capitano Valentin Savitsky. Per autorizzare il lancio del siluro nucleare, il regolamento prevedeva il consenso unanime di tre ufficiali: il comandante stesso, il politruk (commissario politico) Ivan Maslennikov, e il vice-comandante della flottiglia di sottomarini, presente a bordo come ufficiale superiore: Vasily Aleksandrovich Arkhipov, 36 anni, vicecomandante di brigata. La sua presenza è il dettaglio che cambiò la storia: senza di lui, le decisioni di Savitsky sarebbero state vincolanti per l'intero equipaggio.

Interno di un sottomarino militare con tubi lanciasiluri, simile al B-59 sovietico del 1962
L'interno di un sottomarino: ambiente ristretto, caldo soffocante, decisioni di vita o morte. Foto: Pexels / Yao L

I siluri di profondità americani

Mentre il B-59 era in immersione, i cacciatorpediniere americani sganciavano signaling depth charges, granate di addestramento delle dimensioni di una bomba a mano: l'obiettivo era costringere il sottomarino a riemergere senza danneggiarlo. Ma il regolamento delle marine sovietiche del 1962 prevedeva l'avviso di tali esplosioni; gli americani, su richiesta del Pentagono, non lo avevano comunicato. A bordo del B-59 il rumore degli scoppi era reale e indistinguibile da quello di un attacco vero. Savitsky, secondo le testimonianze raccolte poi dal storico Tomas Diez Acosta, gridò: "Forse la guerra è cominciata già lassù, e noi qui sotto qui stiamo facendo le capriole. Faremo saltare in aria tutti, ma non ci disonoreremo!". Ordinò di preparare il siluro nucleare e diede il consenso al lancio.

Il "no" di Arkhipov

Il politruk Maslennikov approvò. Restava Arkhipov. Le testimonianze raccolte dai veterani sovietici negli anni '90 — pubblicate fra l'altro dal Arms Control Today nel 2012 — concordano sui fatti: Arkhipov si oppose categoricamente al lancio. Sostenne che senza ordini espliciti da Mosca, e senza certezza che la guerra fosse iniziata, il rilascio di un'arma atomica avrebbe innescato una rappresaglia immediata. Convinse Savitsky a riemergere. Il B-59 salì a quota periscopio, segnalò la propria identità ai cacciatorpediniere e ritirò ordinatamente verso nord-est. Il siluro nucleare non fu mai lanciato.

Perché ad Arkhipov fu dato ascolto

Arkhipov non era un ufficiale qualunque. Un anno prima, nel luglio 1961, era stato il vicecomandante del K-19, il primo sottomarino sovietico a propulsione nucleare. A bordo del K-19 si verificò un'avaria gravissima al reattore: il sistema di raffreddamento primario perse pressione, e per evitare la fusione del nocciolo Arkhipov insieme ad altri otto uomini lavorò per ore esposto a radiazioni mortali per saldare un sistema di raffreddamento di emergenza. Tutti e nove gli uomini morirono nelle settimane successive per sindrome da radiazione acuta. Arkhipov sopravvisse, ma era considerato dai pari un "eroe sovietico" provato dal sangue freddo in situazioni catastrofiche. La sua autorità morale a bordo del B-59 fu, semplicemente, schiacciante. La storia del K-19 è stata raccontata anche dal film del 2002 diretto da Kathryn Bigelow.

Spiaggia caraibica di Cuba: la zona dove si svolse la crisi missilistica dell'ottobre 1962
Mar dei Sargassi al largo di Cuba: scenario della crisi missilistica e dell'episodio del B-59. Foto: Pexels / Marina Endzhirgli

Quanto era reale il rischio

Il direttore della CIA dell'epoca, John McCone, ammise nel 1992 in una conferenza di studio: "Eravamo a un voto dalla guerra nucleare". Lo storico Arthur Schlesinger, consigliere di Kennedy, scrisse nel 2002: "Questo non è solo il momento più pericoloso della Guerra Fredda. È il momento più pericoloso della storia umana". Gli effetti di un lancio dal B-59 sarebbero stati immediati: il Randolph distrutto, una rappresaglia americana con armi tattiche su Cuba e probabilmente su sottomarini sovietici nel Pacifico, una catena di rappresaglie incrociate. Le simulazioni postume del Pentagono, declassificate nel 2002, stimano che un'escalation totale avrebbe causato tra 100 e 700 milioni di morti nei primi 30 giorni.

Il riconoscimento postumo

Arkhipov morì il 19 agosto 1998 a 72 anni, probabilmente per le conseguenze delle radiazioni del K-19. Per decenni il suo ruolo nella crisi rimase segreto. Solo nel 2002, a una conferenza di storici a L'Avana per il 40° anniversario, l'ammiraglio retired sovietico Vadim Orlov rivelò pubblicamente l'episodio. Nel 2017 il Future of Life Institute ha istituito il Future of Life Award, assegnato postumo ad Arkhipov, ritirato dalla figlia Yelena e dal nipote Sergei in una cerimonia tenuta a Londra. La motivazione: "per aver salvato il mondo da una guerra nucleare". La cerimonia è documentata sul sito ufficiale.

Quattro persone, due ore di scelta

Quel pomeriggio nel Mar dei Sargassi non ci furono trattative diplomatiche, riunioni del Politburo, telefonate al Cremlino. Ci furono quattro uomini in una scatola di metallo sotto il mare, ridotti dal caldo e dalla mancanza di aria, e una decisione presa in due ore di confronto serrato. La storia, come spesso accade, dipese da un dettaglio: il regolamento che richiedeva tre firme, non due, e il caso che Arkhipov fosse lì. Senza di lui, oggi probabilmente non staremmo a leggere questa pagina.

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