Storie
Vasili Arkhipov: l'ufficiale sovietico che salvò il mondo dalla guerra nucleare
27 ottobre 1962, sottomarino B-59. Tre uomini decidevano sul lancio di un siluro nucleare contro la flotta americana. Uno disse no. Si chiamava Arkhipov.

Per quasi cinquant'anni il suo nome è rimasto nascosto negli archivi della Marina sovietica. Quando è stato dichiassificato, gli storici hanno faticato a credere a quello che leggevano. Vasili Aleksandrovich Arkhipov, ufficiale sovietico nato nel 1926 in una piccola cittadina vicino a Mosca, è considerato oggi l'uomo che salvò il mondo. La definizione, usata in un documentario PBS del 2012, non è retorica: senza la sua decisione di una notte d'autunno del 1962, è molto probabile che la guerra fredda sarebbe finita in un cataclisma nucleare.
Cuba, ottobre 1962: il mondo sull'orlo
La crisi dei missili di Cuba raggiunge il suo apice fra il 24 e il 28 ottobre 1962. Gli Stati Uniti hanno scoperto che l'Unione Sovietica sta installando missili balistici nucleari a Cuba, a poche centinaia di chilometri dalla Florida. Il presidente John Kennedy ordina un blocco navale dell'isola; Mosca risponde inviando una piccola flotta di sottomarini per accompagnare i mercantili.
Quattro sottomarini diesel-elettrici di classe Foxtrot partono dalla base sovietica di Murmansk il 1° ottobre 1962. Ognuno trasporta, all'insaputa degli americani, un siluro a testata nucleare di potenza equivalente a circa 15 chilotoni: simile a quella della bomba di Hiroshima.
Il B-59 in mezzo all'Atlantico
Uno di questi battelli è il B-59, comandato dal capitano Valentin Savitsky. A bordo, tra gli ufficiali, c'è anche il capitano di vascello Vasili Arkhipov, capo di stato maggiore della flottiglia di sottomarini. Le condizioni sono terribili: i diesel non possono funzionare in immersione, il sottomarino viaggia a batterie, l'aria condizionata è guasta. La temperatura interna supera i 45 °C, le riserve di ossigeno scarseggiano, i marinai si ammalano. Da diversi giorni il B-59 non riceve comunicazioni da Mosca.
Sabato 27 ottobre: 'sabato nero'
Quel giorno, ribattezzato dagli storici Black Saturday, è il più pericoloso della crisi. Un U-2 americano viene abbattuto sopra Cuba. Le navi statunitensi rintracciano il B-59 a poche centinaia di chilometri dal blocco navale e cominciano a lanciare nell'acqua cariche di profondità non letali, granate sonore d'esercizio progettate per costringere il sottomarino a emergere e identificarsi.
Dal punto di vista degli ufficiali a bordo del B-59, però, quelle deflagrazioni hanno tutta l'aria di un attacco vero. Savitsky è convinto che la guerra sia iniziata. Senza poter comunicare con Mosca, il comandante prende una decisione drammatica: "Stiamo per esplodere comunque – avrebbe detto, secondo i resoconti pubblicati anni dopo dal politruk del sottomarino, Vadim Orlov –. Non disonoreremo la flotta. Affonderemo qualcuno con noi".
La regola che salva il mondo
Per protocollo, il lancio del siluro nucleare a bordo del B-59 richiede l'assenso unanime di tre ufficiali: il comandante (Savitsky), il commissario politico (Ivan Maslennikov) e il capo della flottiglia (Arkhipov). Senza il sì di tutti e tre, il siluro non parte.
Savitsky è a favore. Maslennikov è a favore. Arkhipov dice no. È un rifiuto pronunciato in un'atmosfera incandescente, dentro un sottomarino soffocante e accecato da rumori sospetti. Ma Arkhipov ha un'autorità peculiare: solo l'anno prima, nel luglio 1961, era stato a bordo del sottomarino nucleare K-19 durante un incidente al reattore. Aveva esposto se stesso e i suoi uomini a radiazioni gravi pur di salvare la nave. Il suo coraggio era leggendario nella Marina sovietica.
Arkhipov insiste, discute, urla, convince. Alla fine il B-59 emerge senza lanciare il siluro. I marinai americani lo identificano e lo lasciano andare. Nessun colpo sparato. La crisi rientrerà nei giorni successivi grazie al ritiro reciproco dei missili (Cuba e Turchia).
Cosa sarebbe successo se avesse detto sì
Le simulazioni storiche e le ricostruzioni strategiche degli ultimi vent'anni convergono su una stima impressionante. Un siluro nucleare lanciato contro la portaerei USS Randolph o contro un cacciatorpediniere di scorta avrebbe distrutto la nave e ucciso migliaia di marinai. La rappresaglia americana sarebbe stata immediata: i piani SIOP-62 prevedevano un attacco massiccio contro l'Unione Sovietica, con stime di vittime nell'ordine di 100 milioni di morti e una guerra nucleare totale.
In altre parole, il "no" di un singolo uomo, in un sottomarino sovrastimolato dal caldo e dalle granate, ha probabilmente impedito la più grande catastrofe della storia umana.
Il silenzio dopo
Arkhipov tornò in Unione Sovietica senza riconoscimenti pubblici. Continuò la carriera nella Marina fino a diventare viceammiraglio negli anni Settanta e morì nel 1998 a Mosca, a 72 anni, per i postumi delle radiazioni assorbite nell'incidente del K-19 del 1961.
La storia del 27 ottobre 1962 emerse solo nel 2002, in una conferenza tenuta all'Avana per il quarantennale della crisi dei missili, dove Thomas Blanton, direttore del National Security Archive di Washington, raccontò pubblicamente i fatti per la prima volta. La frase che pronunciò ha fatto storia: "Un ragazzo di nome Vasili Arkhipov ha salvato il mondo".
Cosa ci insegna oggi
La vicenda di Arkhipov è studiata nelle università militari e di scienza politica come uno dei più chiari esempi di fallibilità delle decisioni automatiche. Senza il "terzo voto" richiesto dal protocollo, e senza un ufficiale anziano disposto a opporsi, le cariche di profondità americane avrebbero scatenato una guerra atomica per puro malinteso.
Nel 2017, post mortem, ad Arkhipov è stato assegnato il Future of Life Award, premio per chi ha contribuito in modo decisivo a evitare catastrofi globali. La cerimonia si è svolta a Cambridge, nel Regno Unito, alla presenza della figlia e della nipote. La motivazione recitava semplicemente: per aver detto no quando tutti dicevano sì.
Domande frequenti
Perché il caso di Arkhipov è rimasto segreto così a lungo?
Per riserbo militare sovietico. I dettagli sui sottomarini Foxtrot e sui loro armamenti nucleari furono parzialmente declassificati solo negli anni Novanta. Le testimonianze dirette dell'equipaggio emersero a partire dal 2002.
Sono esistiti altri 'salvatori del mondo'?
Sì. Il caso più simile è quello del colonnello sovietico Stanislav Petrov, che nel 1983 disobbedì all'ordine di rispondere a un falso allarme di attacco nucleare americano. Anche Petrov è stato riconosciuto solo decenni dopo.
Arkhipov è mai stato celebrato in vita?
No. È morto nel 1998 senza ricevere pubbliche onorificenze internazionali. Negli ultimi anni, varie ONG e organismi accademici hanno cercato di rendergli giustizia.
Una lezione di responsabilità
La storia di Vasili Arkhipov è un caso quasi paradossale: il modo migliore di servire il proprio paese, quel sabato del 1962, fu disobbedire all'aspettativa più ovvia. Tre ufficiali armati, un siluro nucleare, una sola voce contraria. La civiltà occidentale deve, letteralmente, la propria continuità a un uomo che la maggior parte della gente non ha mai sentito nominare. È bene ricordarlo: nelle crisi peggiori, qualche volta, il mondo è salvato dal coraggio di una persona qualsiasi.
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