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Lingua Pirahã: il popolo amazzonico che non conta, non ha colori e sfida Chomsky

Una piccola tribù sul fiume Maici parla un idioma che ha riacceso il dibattito sulla grammatica universale

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Fiume amazzonico al tramonto con foresta riflessa sull'acqua (Foto: Pexels / Nando Freitas)
Fiume amazzonico al tramonto con foresta riflessa sull'acqua (Foto: Pexels / Nando Freitas)

Lungo le rive del fiume Maici, affluente del Madeira nel nord-ovest del Brasile, vive un piccolo popolo di poco più di 700 persone chiamato Pirahã. Cacciano, pescano, non praticano alcuna religione e parlano una lingua che da quasi vent'anni mette in crisi la linguistica contemporanea: la lingua pirahã non ha numeri, non possiede parole astratte per i colori e — secondo alcuni ricercatori — non ammette la ricorsività, considerata fino a ieri un universale del linguaggio umano.

Una lingua piccola, ma straordinaria

Il pirahã appartiene alla famiglia delle lingue Mura ed è oggi l'unica del gruppo ancora parlata. Il suo inventario fonologico è essenziale: otto consonanti e tre vocali per le donne, una in più per gli uomini. Per compensare la povertà di suoni, il pirahã è una lingua tonale: la stessa parola cambia significato a seconda dell'altezza musicale, e può essere persino cantata, fischiata o sussurrata. Le madri insegnano ai figli a riconoscere il linguaggio dal solo profilo melodico.

I Pirahã non hanno parole per i numeri. Usano tre quantificatori vaghi: hói ("pochi"), hoí ("un po' di più") e baágiso ("tanti, un mucchio"). Quando lo psicologo cognitivo Peter Gordon nel 2004 li sottopose a test di abbinamento con bastoncini, scoprì che, oltre i 3 elementi, non riuscivano a riprodurre quantità precise.

Daniel Everett, dal missionario al linguista

La storia del pirahã è inseparabile da quella di Daniel Everett, oggi professore alla Bentley University. Nel 1977 il giovane missionario evangelico arrivò sul Maici con la moglie e i tre figli per tradurre il Vangelo di Marco e convertire i Pirahã. Per riuscirci, però, doveva prima imparare la lingua. Ci mise anni.

Più la conosceva, più si rendeva conto di quanto fosse anomala. I Pirahã non si interessavano alle storie di Gesù e ridevano di chi pretendeva di parlare di persone mai viste. Vivono nel principio dell'esperienza immediata: parlano solo di ciò che hanno visto direttamente o che è stato visto da un testimone vivente. Niente miti di creazione, niente racconti dei nonni dei nonni. Dopo trent'anni in Amazzonia, Everett tornò ateo — "deconvertito" dai suoi stessi convertiti — e divenne uno dei linguisti più discussi al mondo.

Foresta pluviale amazzonica vista dall'alto con chiome verdi
I Pirahã vivono in piccoli villaggi disseminati lungo un fiume affluente del Madeira, in piena foresta. Foto: Pexels / Lucia Barreiros Silva

Colori: descrivere senza nominare

I Pirahã non possiedono parole astratte come "rosso" o "verde". Per descrivere un oggetto colorato lo paragonano a qualcosa di noto: una bacca, il sangue, una foglia. È un fenomeno comune a molte lingue cacciatori-raccoglitori, ma nel pirahã la mancanza di lessico cromatico è particolarmente sistematica. Per i linguisti è una delle prove a sostegno della cosiddetta ipotesi di Sapir-Whorf: la lingua plasma la percezione, non solo viceversa.

Il caso che fa tremare la grammatica universale

Nel 2005 Everett pubblicò sulla rivista Current Anthropology l'articolo "Cultural Constraints on Grammar and Cognition in Pirahã". La tesi: il pirahã non possiede frasi subordinate vere e proprie, ovvero quel meccanismo di ricorsività che permette di incastonare proposizioni dentro altre proposizioni ("so che pensi che lui creda…"). Secondo Noam Chomsky e Marc Hauser, la ricorsività era invece il tratto universale che distingueva il linguaggio umano da qualsiasi altro sistema di comunicazione.

Se Everett ha ragione, esiste almeno una lingua umana che fa a meno della ricorsività e la teoria di Chomsky vacilla. Il dibattito è ancora apertissimo: linguisti come Andrew Nevins, David Pesetsky e Cilene Rodrigues hanno contestato l'analisi di Everett con dati propri; altri, come Tom Wasow e lo stesso Steven Pinker, riconoscono che il pirahã apre una falla seria nel paradigma generativista.

Una cultura senza ieri e senza domani?

Everett racconta che il pirahã non ha numeri, ma neppure tempo grammaticale futuro o passato remoto, né nomi per quantità astratte. Coerente con il principio dell'esperienza immediata, parla quasi sempre al presente o al passato vicino. Sembrerebbe una limitazione, ma i Pirahã si dichiarano tra i popoli più felici e meno ansiosi visitati dagli antropologi: niente paura del domani, niente sensi di colpa per ieri, niente accumulo. Una vita all'apparenza povera, ma cognitivamente sazia.

Domande frequenti

I Pirahã sono in pericolo di estinzione?

Sono un piccolo gruppo, ma la natalità è positiva e parlano ancora tutti la propria lingua. Sono protetti dal governo brasiliano come Indios isolados, ma la pressione di taglialegna, minatori e missionari resta forte.

I Pirahã non sanno proprio contare?

Non sanno nominare i numeri, ma percepiscono benissimo "di più" e "di meno". Quando un commerciante li imbroglia con il pesce o con le scimmie raccolte, se ne accorgono. È la rappresentazione esatta delle quantità a mancare.

Cosa pensa Chomsky di Everett?

Chomsky ha definito le tesi di Everett "prive di interesse". Everett ha risposto con il libro Language: The Cultural Tool (2012), in cui sostiene che la grammatica è uno strumento culturale, non un istinto innato.

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