Curiosità
Crisi di salinità del Messiniano: quando il Mediterraneo evaporò per 600.000 anni
Tra 5,96 e 5,33 milioni di anni fa il Mediterraneo perse oltre il 90% della sua acqua, accumulò strati di sale spessi 3 chilometri e tornò a riempirsi in pochi mesi durante l'alluvione zancleana

Sotto le acque azzurre del Mediterraneo, a profondità che raggiungono i tremila metri, riposa uno strato di sale e gesso spesso fino a tre chilometri. Per scoprirlo è servita una nave da perforazione che nel 1970 ha cavato carote a 3.500 metri di profondità. La spiegazione che ne è seguita è una delle più sorprendenti della geologia del Novecento: tra 5,96 e 5,33 milioni di anni fa il Mediterraneo si chiuse all'Atlantico, evaporò quasi del tutto e si trasformò in un deserto salato profondo oltre mille metri sotto il livello globale del mare. Si chiama Crisi di salinità del Messiniano, e oggi sappiamo che si concluse con una delle inondazioni più colossali mai avvenute sulla Terra.
La sorpresa del Glomar Challenger
Nell'estate del 1970 il programma internazionale di perforazione oceanica Deep Sea Drilling Project arrivò nel Mediterraneo con la nave Glomar Challenger. Le carote estratte sotto i fondali abissali contenevano sequenze di halite, gesso e anidrite alternate a fossili tipici di acque ipersaline, e in alcuni casi anche depositi continentali. I tre membri di equipaggio convinti che la spiegazione più semplice fosse anche la più radicale erano l'oceanografo svizzero Kenneth J. Hsü, la micropaleontologa italiana Maria Bianca Cita dell'Università di Milano e il geologo americano William Ryan: nel rapporto Leg 13 del DSDP firmarono il capitolo che sposa il modello del desiccated deep-basin, cioè di un bacino profondo prosciugato.

Cosa successe a Gibilterra
L'origine della crisi è una tettonica lenta. Lo stretto di Gibilterra, oggi largo 14 km e profondo 300, era allora una stretta soglia in via di sollevamento per la convergenza tra placca africana ed europea. Quando il collegamento con l'Atlantico si chiuse circa 5,96 milioni di anni fa, l'evaporazione nel Mediterraneo (che oggi supera ancora i 700 millimetri annui in eccesso sulle precipitazioni) prese il sopravvento. Lo studio di sintesi di Marco Roveri pubblicato su Marine Geology nel 2014 — The Messinian Salinity Crisis: Past and future of a great challenge for marine sciences — distingue tre fasi: una prima fase evaporitica nei bacini marginali (5,96-5,60 Ma), una fase di prosciugamento estremo del bacino profondo (5,60-5,55 Ma) e una fase finale di laghi salmastri e ambienti continentali (5,55-5,33 Ma).
L'alluvione zancleana, in pochi mesi
Il finale è ancora più scenografico. Lo studio firmato da Daniel Garcia-Castellanos e pubblicato il 10 dicembre 2009 su Nature — Catastrophic flood of the Mediterranean after the Messinian salinity crisis — ricostruisce ciò che accadde quando lo stretto di Gibilterra cedette intorno a 5,33 milioni di anni fa. I dati sismici mostrano un canyon eroso lungo 200 chilometri sul fondo dello stretto, profondo oltre 250 metri. La modellazione del flusso indica che, dopo una fase di travaso lenta di qualche migliaio di anni, il 90% dell'acqua entrò in meno di due anni, con tassi di innalzamento del livello del mare di oltre 10 metri al giorno. È il maggiore megaflood documentato nella storia del pianeta.
Dove vedere il Messiniano oggi
Le evaporiti messiniane non stanno solo sotto il mare: l'orogenesi le ha sollevate in superficie in molti punti del Mediterraneo. Le si tocca con mano nelle vulcaniti gessose di Sorbas in Andalusia, nelle marne di Tortona in Piemonte (la sezione stratotipica del piano messiniano si trova proprio sui colli tortonesi), nelle scogliere di gesso di Cipro e nelle solfare della Sicilia, descritte già da Pirandello. In Italia il Parco regionale della Vena del Gesso Romagnola, inserito nel 2023 nel patrimonio Unesco insieme ad altre aree carsiche evaporitiche, conserva una sequenza messiniana eccezionalmente completa.
L'eco biologica e il dibattito aperto
L'evento ebbe conseguenze enormi sulla biosfera: la fauna marina del Mediterraneo collassò, mentre il prosciugamento creò ponti continentali che facilitarono lo scambio faunistico fra Africa, Iberia e Sicilia. Nel 2024, uno studio di Aaron Micallef e colleghi su Communications Earth & Environment ha individuato nuove tracce sedimentarie del megaflood nei depositi terrestri di Malta, mentre alcuni ricercatori hanno proposto scenari alternativi più graduali, tornati in primo piano nel 2025 (come riassume Knowable Magazine). La discussione è ancora aperta, ma il fatto resta: l'Italia, la Spagna, la Grecia che oggi conosciamo si affacciano su un bacino che, a un battito d'occhio sulla scala geologica, era un deserto di sale.
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