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Irena Sendler: l'infermiera che salvò 2.500 bambini dal ghetto di Varsavia e nascose i loro nomi sotto un melo

Lavoratrice sociale, polacca, cattolica. Tra il 1942 e il 1943 portò fuori i piccoli ebrei in casse di legno, valigie, bare. Yad Vashem la onorò nel 1965.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Veduta della città vecchia di Varsavia con edifici storici e tetti colorati
Veduta della città vecchia di Varsavia con edifici storici e tetti colorati

Nei primi mesi del 1943, in una via di Varsavia ai margini del ghetto, un'ambulanza rallentava davanti a un cancello sorvegliato. Dentro, un bambino di pochi anni era stato nascosto in una cassa di legno per attrezzi da idraulico. Un cane addestrato a fianco dell'autista cominciava ad abbaiare forte, per coprire eventuali pianti. Al volante c'era spesso una donna giovane, in divisa da infermiera, l'aria stanca, gli occhi attenti. Si chiamava Irena Sendler. Quella donna, secondo Yad Vashem, portò fuori dal ghetto di Varsavia circa 2.500 bambini ebrei, salvandoli da una morte praticamente certa.

Chi era Irena Sendler

Irena Krzyżanowska nasce a Varsavia il 15 febbraio 1910. Cresce a Otwock, paese a sud-est della capitale, dove metà della popolazione è ebrea. Il portale Gariwo dei Giusti tra le Nazioni ricorda che a sei anni parlava già yiddish e che il padre, medico, era stato l'unico in zona a curare gli ebrei durante l'epidemia di tifo del 1916, morendo di contagio.

Negli anni Trenta lavora come assistente sociale per il Comune di Varsavia. Quando la Germania nazista invade la Polonia (1° settembre 1939) e crea il ghetto (novembre 1940), Irena ha 30 anni. Approfittando del suo ruolo, ottiene un permesso ufficiale per entrare nel ghetto come ispettrice sanitaria contro il tifo: i tedeschi temevano l'epidemia e la lasciavano transitare.

La rete Żegota

Nel 1942 il movimento di resistenza polacco costituisce Żegota, il Consiglio per l'aiuto agli ebrei. È l'unica organizzazione clandestina europea creata appositamente da non-ebrei per soccorrere ebrei. Irena entra nella sezione bambini con il nome in codice "Jolanta".

La scheda dello United States Holocaust Memorial Museum ricostruisce il metodo. Irena, accompagnata da una decina di compagne (tutte donne), entrava nelle case del ghetto. Convinceva i genitori - molti dei quali non sopravvivranno - ad affidarle i bambini. "Garantite che sopravvivano?" "No", rispondeva. "Ma se restano qui, moriranno di sicuro".

Come uscivano

I bambini venivano portati fuori in diversi modi:

  • Ambulanze da disinfestazione (sotto il pavimento o in fondo).
  • Casse di legno, sacchi di iuta, valigie.
  • Bare attraverso il tribunale ebraico (i cadaveri uscivano regolarmente dal ghetto per la sepoltura).
  • Sotterranei del tribunale e di un palazzo di giustizia con due ingressi, uno nel ghetto e uno fuori.
  • Tunnel di servizio della rete tranviaria.

Ai bambini venivano dati documenti falsi, un nuovo nome polacco, una nuova identità religiosa. Molti finivano in conventi di suore, orfanotrofi, famiglie cattoliche di Varsavia. Per quelli più grandi era previsto un periodo di addestramento per imparare a recitare il Padre Nostro, le preghiere cattoliche, a non sussultare al suono delle parole tedesche.

I barattoli sotto il melo

Il dettaglio che ha colpito il mondo arriva nei racconti del dopoguerra. Irena, ossessionata dall'idea che dopo la guerra le famiglie sopravvissute potessero non ritrovare i figli, decise di tenere un archivio. Scrisse i veri nomi dei bambini, i nomi falsi e gli indirizzi nei quali erano nascosti, su sottilissime strisce di carta. Le arrotolò e le mise dentro barattoli di vetro. Seppellì i barattoli sotto un melo nel giardino della sua amica Jaga Piotrowska, in via Lekarska 9 a Varsavia.

L'20 ottobre 1943 la Gestapo la arrestò. La torturarono spezzandole entrambi i piedi e una gamba: voleva sapere i nomi dei collaboratori e i nascondigli dei bambini. Non parlò. Fu condannata a morte. Żegota corruppe un ufficiale tedesco e Irena fu "prelevata" durante il trasferimento al luogo di esecuzione. La sua morte fu falsamente annunciata sui giornali.

Vie strette del centro storico di Varsavia con illuminazione invernale
Le strade della Varsavia odierna ricostruiscono in gran parte le forme del centro storico distrutto durante la guerra. Foto: Pexels / Przemek Leśniewski

Cosa successe dopo

Continuò a lavorare per Żegota in clandestinità fino alla fine della guerra. Nel 1945, una volta sicura, riesumò i barattoli e li consegnò al Comitato Centrale degli Ebrei in Polonia. Si tentò di riunire i bambini alle famiglie: solo una piccola minoranza ritrovò genitori sopravvissuti. La maggior parte fu adottata da famiglie polacche o emigrò in Israele.

Nel 1965 Yad Vashem, lo Yad Vashem di Gerusalemme, la insignì del titolo di Giusta tra le Nazioni. La scheda ufficiale di Yad Vashem ne raccoglie la testimonianza in dettaglio. In Polonia, sotto il regime comunista, restò praticamente sconosciuta. La sua storia divenne nota in Occidente solo nel 1999, quando quattro studentesse del Kansas - Megan Stewart, Elizabeth Cambers, Sabrina Coons e Janice Underwood - scrissero su di lei una pièce teatrale, Life in a Jar, basata su una ricerca delle loro insegnanti per il National History Day.

Gli ultimi anni

Nominata Eroe Nazionale dal governo polacco democratico nel 2003, candidata al Nobel per la Pace nel 2007 (premio andato ad Al Gore e all'IPCC), Irena Sendler morì il 12 maggio 2008 a Varsavia, a 98 anni. Quando in un'intervista del 2007 le chiesero come si sentisse a essere un'eroina, rispose: "Non sono un'eroe. Ho fatto quello che si poteva fare, e quello che si doveva fare. Avrei voluto poter fare di più".

Oggi un melo cresce ancora nel giardino di via Lekarska 9, a Varsavia. Sotto di esso, per oltre due anni, ha riposato l'elenco di 2.500 vite. Non c'è statua più discreta, e più potente, di un albero.

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