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Chiune Sugihara: il console giapponese che a Kaunas firmò 2.139 visti e salvò 6.000 ebrei

Tra il 31 luglio e il 28 agosto 1940 firmò un visto ogni sei minuti, di giorno e di notte. Contro gli ordini di Tokyo.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Passaporti su un tavolo: simbolo dei 2.139 visti che Chiune Sugihara firmò a Kaunas nel 1940
Passaporti su un tavolo: simbolo dei 2.139 visti che Chiune Sugihara firmò a Kaunas nel 1940

Nel giugno del 1940 l'Armata Rossa aveva appena occupato la Lituania, e migliaia di ebrei polacchi che vi avevano trovato rifugio dopo l'invasione tedesca del 1939 erano nuovamente in trappola. A Kaunas, vecchia capitale lituana, c'erano ancora aperti alcuni consolati neutrali. Uno di questi era quello del Giappone, retto da un funzionario appena quarantenne, attento alle norme e di grande disciplina, esperto della lingua russa: Chiune Sugihara. Tra il 31 luglio e il 28 agosto 1940, in violazione esplicita degli ordini ricevuti tre volte dal Ministero degli Esteri di Tokyo, Sugihara firmò di sua mano 2.139 visti di transito, ciascuno valido per un'intera famiglia. Si stima che grazie a quei documenti circa 6.000 ebrei abbiano potuto attraversare l'URSS, raggiungere Vladivostok, salire sui traghetti per Tsuruga e di lì proseguire per Shanghai, Curaçao, Stati Uniti, Palestina mandataria. La scheda biografica di Yad Vashem ricostruisce la cronologia con documenti d'archivio.

Chi era Sugihara prima del 1940

Nato a Yaotsu, prefettura di Gifu, il 1° gennaio 1900, Sugihara aveva studiato letteratura russa all'università di Waseda e si era arruolato nel Ministero degli Esteri giapponese nel 1924. Aveva servito per quasi vent'anni in Manciuria, dove parlando perfettamente il russo aveva trattato con i sovietici l'acquisto della ferrovia transmanciuriana. Nel 1939 era stato nominato vice-console a Kaunas con l'incarico effettivo — segreto — di raccogliere informazioni sulle mosse militari di Germania e URSS. Aveva sposato Yukiko Kikuchi, dalla quale aveva quattro figli, e viveva con la moglie e il fratello al primo piano del consolato in via Vaižganto.

Passaporti su un tavolo, simbolo dei documenti di transito che Sugihara firmò a Kaunas
Ogni visto firmato da Sugihara era un biglietto verso la salvezza per intere famiglie. Foto: Pexels / Borys Zaitsev

Il 27 luglio 1940: la fila al cancello

La mattina del 27 luglio 1940, la moglie Yukiko si affacciò alla finestra e vide centinaia di persone accalcate sui marciapiedi davanti al consolato. Erano ebrei polacchi che chiedevano un visto di transito per fuggire verso est. Avevano già un piano: il console olandese a Kaunas, Jan Zwartendijk, aveva accettato di stampare sui loro passaporti un visto fittizio per Curaçao, isola olandese dei Caraibi dove formalmente non occorreva visto. Restava da risolvere il transito attraverso l'URSS: i sovietici accettavano di farli passare solo se avevano un visto giapponese di transito (presumibilmente per imbarcarsi a Vladivostok). E qui entrava Sugihara.

I tre telegrammi negati

Sugihara telegrafò tre volte a Tokyo chiedendo l'autorizzazione a rilasciare visti agli ebrei in transito. Le risposte del Ministero degli Esteri — firmate dal viceministro Masaki Tani — furono inequivocabili: concedere visti solo a chi possiede passaporto valido, denaro sufficiente per il viaggio e visto di entrata per un terzo paese. La maggior parte dei profughi non aveva nessuno di questi requisiti. Sugihara consultò la moglie, dormì una notte, e decise. Il 31 luglio cominciò a firmare visti senza chiedere altro che il nome.

Un visto ogni sei minuti

I numeri sono noti perché Sugihara teneva un registro personale (oggi conservato a Yaotsu): tra il 31 luglio e il 28 agosto firmò 2.139 visti, ciascuno valido per un'intera famiglia. Calcolando 10-14 ore di lavoro al giorno, fa circa un visto ogni 6-8 minuti. Yukiko gli portava il tè, il fratello suo Sugiwara teneva l'ordine alla porta. La mattina del 28 agosto le autorità sovietiche gli imposero di chiudere il consolato. Sugihara firmò gli ultimi visti dal finestrino del treno che lo portava a Berlino, lanciando i fogli alla folla che lo accompagnava alla stazione. Disse a chi protestava: "Perdonatemi, non posso scrivere più".

Vilnius con architettura storica, Lituania, paese dove operò il consolato giapponese a Kaunas
La Lituania del 1940 era diventata trappola per migliaia di ebrei in fuga dalla Polonia. Foto: Pexels / Mr Alex Photography

Cosa accadde ai "Sugihara survivors"

I beneficiari dei visti raggiunsero Vladivostok via Transiberiana, da lì la nave per Tsuruga, in Giappone. Da Tsuruga vennero smistati su Yokohama e Kobe. La maggior parte rimase mesi nei campi giapponesi prima di proseguire — alcuni per Shanghai, dove esisteva una grossa comunità ebraica, altri per gli Stati Uniti e la Palestina. Tra i salvati c'era anche l'intera Mir Yeshiva, la storica scuola talmudica polacca: oltre 300 rabbini e studenti che rifondarono la loro istituzione prima a Shanghai poi a New York e Gerusalemme. La storia è raccontata nel volume The Fugu Plan di Marvin Tokayer e Mary Swartz.

Il prezzo personale

Al rientro in Giappone nel 1947, dopo la fine della guerra, Sugihara fu licenziato "per riorganizzazione" del Ministero degli Esteri. In realtà, come ammise lui stesso, era una punizione per il suo "comportamento inadeguato" di Kaunas. Lavorò per anni come traduttore, rappresentante di commercio, addetto a una compagnia di import-export con la Russia. Visse in semi-povertà a Tokyo. Solo nel 1968 uno dei beneficiari, Yehoshua Nishri, allora attaché economico israeliano a Tokyo, riuscì a rintracciarlo e a ringraziarlo a nome di tutti. Sugihara, che credeva di aver firmato "qualche centinaio" di visti, scoppiò a piangere quando seppe la cifra reale.

Riconoscimenti tardivi

Nel 1985, un anno prima della morte, Sugihara fu insignito da Yad Vashem del titolo di Giusto tra le Nazioni. Era troppo malato per andare a Gerusalemme; la moglie ritirò il riconoscimento per lui. Morì a Kamakura il 31 luglio 1986. Solo nel 2000, in un'audizione pubblica, il viceministro degli Esteri giapponese Yohei Kono presentò scuse formali alla famiglia. Oggi a Yaotsu c'è il Sugihara Memorial Museum; a Kaunas il vecchio consolato è stato trasformato nel Sugihara House Museum. Una placca a Vilnius ricorda i "visti per la vita".

FAQ

Quanti sono i discendenti dei salvati? Le stime parlano di oltre 100.000 persone vive oggi grazie a quei 2.139 visti firmati nell'agosto 1940.

Esiste un Schindler giapponese del cinema? Sugihara è stato raccontato nel film Persona non grata (2015) di Cellin Gluck e nel documentario Sugihara: Conspiracy of Kindness di Robert Kirk (2000).

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