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Stanislav Petrov: l'uomo che non credette ai computer nel 1983

Il 26 settembre 1983 un ufficiale sovietico giudicò falso l'allarme di un attacco nucleare. Ed evitò la catastrofe.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Ritratto di Stanislav Petrov, l'ufficiale sovietico del falso allarme del 1983
Ritratto di Stanislav Petrov, l'ufficiale sovietico del falso allarme del 1983

La notte del 26 settembre 1983, in un bunker segreto vicino a Mosca, un tenente colonnello sovietico di nome Stanislav Petrov prese in pochi minuti una decisione da cui dipendeva, forse, la sopravvivenza di centinaia di milioni di persone. I computer segnalavano un attacco nucleare americano in arrivo. Il protocollo imponeva di avvertire i superiori, innescando con ogni probabilità una rappresaglia immediata. Petrov, invece, scelse di fidarsi del proprio giudizio e di non credere alle macchine. Aveva ragione.

Un missile balistico intercontinentale Minuteman in un silo sotterraneo
Un missile intercontinentale Minuteman nel suo silo: il sistema sovietico credette di averne rilevato il lancio. Credit: U.S. Air Force, Wikimedia Commons (pubblico dominio).

La notte dell'allarme

Petrov era l'ufficiale di turno al centro di comando di Serpukhov-15, il cuore del sistema satellitare di allerta precoce sovietico, chiamato Oko ("occhio"). Poco dopo la mezzanotte i pannelli si illuminarono: il sistema segnalava il lancio di un missile balistico intercontinentale dagli Stati Uniti. Pochi istanti dopo, l'allarme si moltiplicò: due, poi tre, fino a cinque missili in arrivo. Le sirene suonavano, la scritta "LANCIO" lampeggiava in rosso, e tutti gli occhi della sala erano puntati su di lui.

Il compito di Petrov era chiaro: comunicare immediatamente l'allerta lungo la catena di comando. In un contesto in cui i vertici avevano pochi minuti per decidere se rispondere, quella segnalazione avrebbe potuto far partire un contrattacco nucleare sovietico su vasta scala.

La decisione di un solo uomo

Petrov, però, esitò. Diversi elementi non quadravano. Un vero attacco a sorpresa, ragionò, sarebbe stato condotto con centinaia di missili per travolgere le difese, non con cinque soli ordigni. Inoltre i radar terrestri di conferma non rilevavano nulla, e il nuovo sistema satellitare era entrato in funzione da poco e non era ancora pienamente affidabile. Mettendo insieme questi indizi, prese la sua decisione: riferì ai superiori che si trattava di un falso allarme, un malfunzionamento del sistema.

Furono minuti di tensione altissima: se si fosse sbagliato, i missili americani sarebbero esplosi sul territorio sovietico mentre lui rassicurava i comandi. Ma i minuti passarono e non accadde nulla. Nessun missile cadde. Petrov aveva avuto ragione, e una catastrofe planetaria era stata evitata.

Un mondo sull'orlo del baratro

Per capire la gravità di quei momenti bisogna ricordare il clima del 1983, uno degli anni più pericolosi della Guerra Fredda. Poche settimane prima, il 1° settembre, un caccia sovietico aveva abbattuto il volo civile coreano KAL 007, uccidendo 269 persone e portando la tensione tra le superpotenze alle stelle. Il presidente americano Ronald Reagan aveva definito l'URSS "impero del male", e di lì a poco, in novembre, l'esercitazione NATO Able Archer 83 avrebbe rischiato di essere scambiata dai sovietici per i preparativi di un attacco reale. In quell'atmosfera, un allarme nucleare poteva facilmente trasformarsi in tragedia.

Il National Security Archive dell'Università George Washington, che ha raccolto e desecretato molti documenti su questi episodi, considera quella del 1983 una delle "mancate guerre nucleari" più gravi della storia.

Che cosa era successo davvero

L'inchiesta successiva chiarì la causa dell'allarme. Il sistema Oko, anziché individuare missili, aveva interpretato come lanci la luce solare riflessa da nubi ad alta quota in una particolare configurazione geometrica: un raro allineamento tra il Sole, i satelliti sovietici e le basi missilistiche statunitensi. In pratica, un riflesso di luce era stato scambiato per l'inizio della Terza guerra mondiale. Il difetto venne poi corretto, ma l'episodio dimostrò quanto fossero fragili i sistemi automatici su cui poggiava l'equilibrio del terrore.

La ricostruzione dell'incidente del falso allarme nucleare del 1983 è oggi considerata un caso di studio sui limiti dell'automazione nelle decisioni più delicate.

Né eroe né punito

La cosa più sorprendente è ciò che accadde a Petrov dopo. Non fu trattato come un eroe: al contrario, ricevette un rimprovero formale, ufficialmente per non aver compilato correttamente il registro degli eventi durante quella notte concitata. La sua azione restò un segreto militare per anni. Solo negli anni Novanta, grazie alle memorie di un generale coinvolto, la storia divenne pubblica. Da allora Stanislav Petrov ricevette riconoscimenti internazionali, premi per la pace e l'attenzione dei media, che lo soprannominarono "l'uomo che salvò il mondo". Morì nel 2017, e la notizia della sua scomparsa fece il giro del pianeta solo mesi dopo.

Petrov, con tipica modestia, ripeté sempre di non considerarsi un eroe: aveva soltanto fatto, disse, il proprio lavoro nel momento giusto.

La lezione di Serpukhov-15

La storia di Petrov è diventata un simbolo potente del valore del giudizio umano di fronte alle macchine. In un'epoca in cui sempre più decisioni vengono delegate ad algoritmi e sistemi automatici, quella notte del 1983 ricorda che, a volte, la prudenza, l'esperienza e il dubbio di una singola persona possono valere più di qualsiasi computer. La differenza tra la fine del mondo e una notte come tante, quella volta, fu il buon senso di un uomo che decise di non premere il pulsante.

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