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Hiroo Onoda: il soldato che combatté la guerra fino al 1974

Nascosto nella giungla delle Filippine per quasi trent'anni, si arrese solo all'ordine del suo ex comandante.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Ritratto da giovane di Hiroo Onoda in uniforme
Ritratto da giovane di Hiroo Onoda in uniforme

Per quasi trent'anni continuò a combattere una guerra che era finita da decenni. Hiroo Onoda, ufficiale dell'esercito imperiale giapponese, rimase nascosto nella giungla di un'isola delle Filippine dal 1944 fino al 1974, convinto che il secondo conflitto mondiale fosse ancora in corso. Si arrese solo quando il suo ex comandante, ormai un anziano libraio, tornò di persona a revocargli l'ordine. La sua è una delle storie più incredibili e inquietanti sulla forza dell'obbedienza e del senso del dovere.

Hiroo Onoda consegna la spada al presidente filippino Ferdinand Marcos nel 1974
Marzo 1974: Onoda consegna la spada al presidente filippino Ferdinand Marcos, che lo graziò. Credit: Wikimedia Commons (pubblico dominio).

L'ordine di non arrendersi mai

Onoda era stato addestrato come ufficiale di intelligence specializzato nella guerra non convenzionale. Alla fine del 1944 fu inviato sull'isola di Lubang, nelle Filippine, con il compito di sabotare le infrastrutture e resistere a oltranza. Il suo superiore, il maggiore Yoshimi Taniguchi, gli impartì un ordine categorico: non arrendersi mai e non togliersi la vita, qualunque cosa accadesse, aspettando il ritorno dell'esercito. Per un soldato cresciuto nella rigidissima disciplina militare giapponese, quell'ordine era sacro e inviolabile.

Quando le forze alleate sbarcarono sull'isola nel 1945, Onoda e pochi commilitoni non si arresero: si ritirarono nella giungla, pronti a continuare la lotta.

Trent'anni nella giungla

Comincia così una sopravvivenza lunghissima. Onoda e i suoi uomini vivevano nascosti nella foresta, nutrendosi di banane, noci di cocco e bestiame sottratto agli abitanti del posto, conducendo azioni di guerriglia contro quelli che ritenevano nemici. Erano convinti che il conflitto non fosse finito: i volantini lanciati per annunciare la resa del Giappone venivano scartati come propaganda nemica, un trucco per farli uscire allo scoperto. Anche i giornali e le lettere recapitati nella giungla erano interpretati come falsi.

Uno dopo l'altro, i compagni vennero meno. Un soldato si arrese già nel 1950; un altro fu ucciso in uno scontro a fuoco nel 1954; l'ultimo commilitone, Kinshichi Kozuka, cadde nel 1972. Da quel momento Onoda rimase solo, continuando comunque la sua missione fantasma.

La caccia all'ultimo soldato

Negli anni il Giappone organizzò diverse spedizioni per ritrovarlo e convincerlo che la guerra era finita. Vennero inviati appelli, fotografie, perfino registrazioni delle voci dei familiari. Ma più gli sforzi si intensificavano, più Onoda si convinceva che fossero stratagemmi del nemico. La sua diffidenza era totale: aveva ricevuto un ordine e nessuna comunicazione "ufficiale" sembrava in grado di smentirlo. Per molti, in patria, era ormai diventato una leggenda, l'ultimo soldato di una guerra dimenticata.

La sua vicenda non era del tutto isolata: vari "holdout" giapponesi rimasero nascosti per anni dopo il 1945, ma nessuno resistette così a lungo e con tanta determinazione.

L'incontro che cambiò tutto

La svolta arrivò nel 1974 grazie a un giovane avventuriero giapponese, Norio Suzuki, partito con l'idea di trovare "il tenente Onoda, un panda e l'abominevole uomo delle nevi", in quest'ordine. Contro ogni previsione, riuscì davvero a incontrare Onoda nella giungla e a parlargli. Il soldato, però, fu irremovibile: non si sarebbe arreso senza un ordine diretto di un suo superiore. Suzuki tornò in Giappone con le prove dell'incontro e con la chiave per risolvere la situazione.

Onoda non era pazzo né sprovveduto: agiva secondo una logica militare ferrea, in cui solo chi gli aveva dato l'ordine poteva revocarlo.

La resa del 1974

Le autorità rintracciarono allora l'ormai anziano maggiore Taniguchi, che nel frattempo era diventato libraio. Lo accompagnarono a Lubang e, nel marzo 1974, l'ex comandante lesse formalmente a Onoda l'ordine di cessare le operazioni e deporre le armi. Solo allora il soldato, in lacrime, accettò che la guerra fosse finita. Indossò l'uniforme ancora in ordine, consegnò la spada, il fucile funzionante e le munizioni, e si arrese. Il presidente filippino Ferdinand Marcos lo graziò per gli atti commessi durante quegli anni. Onoda tornò in Giappone, dove fu accolto come una celebrità nazionale.

La sua resa, trent'anni dopo la fine del conflitto, fece il giro del mondo e sollevò interrogativi profondi sul prezzo dell'obbedienza assoluta.

La vita dopo la giungla

Il ritorno non fu facile. Il Giappone ipermoderno degli anni Settanta era irriconoscibile per un uomo fermo al 1944, e Onoda faticò ad adattarsi. Decise di emigrare in Brasile, dove gestì un allevamento di bestiame. In seguito tornò in patria e fondò scuole nella natura per insegnare ai bambini la sopravvivenza e l'autosufficienza. Raccontò la sua esperienza nel libro di memorie No Surrender. La biografia di Hiroo Onoda si chiuse nel 2014, quando morì a Tokyo a 91 anni.

La sua storia resta un caso di studio sull'incredibile potere del condizionamento, della disciplina e del dovere: un uomo che, per fedeltà a un ordine, sacrificò trent'anni della propria vita combattendo nemici immaginari in una guerra che il mondo aveva già archiviato.

Non era il solo

Per quanto estremo, il caso di Onoda non fu unico. Diversi soldati giapponesi, i cosiddetti "holdout", rimasero nascosti per anni dopo il 1945, convinti che la resa fosse una menzogna. Nel 1972 il sergente Shoichi Yokoi era stato ritrovato sull'isola di Guam dopo quasi trent'anni, e poco dopo la resa di Onoda, sempre nel 1974, un altro soldato, Teruo Nakamura, fu individuato in Indonesia, diventando uno degli ultimi a deporre le armi.

Queste vicende hanno alimentato in Giappone e nel mondo una riflessione profonda sul senso dell'onore, sulla lealtà e sul confine tra eroismo e tragedia. La determinazione di questi uomini, ammirevole e disperata insieme, mostra fino a che punto un sistema di valori e un ordine ricevuto possano plasmare un'intera esistenza.

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