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Ettore Majorana: il fisico italiano scomparso nel 1938 (e la sentenza della Procura di Roma del 2015)

Il 25 marzo 1938 il "ragazzo prodigio" di via Panisperna salì sul piroscafo Napoli-Palermo e nessuno lo rivide più. Settantasette anni dopo, la magistratura italiana ha archiviato il caso: Majorana visse in Venezuela almeno fino al 1959.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Vista del golfo di Napoli con il Vesuvio al tramonto
Vista del golfo di Napoli con il Vesuvio al tramonto

La sera del 25 marzo 1938, alle 22:30, dal porto di Napoli salpava il piroscafo Tirrenia diretto a Palermo, traversata notturna di nove ore. Tra i passeggeri di prima classe, cabina 207, viaggiava un giovane fisico siciliano di 31 anni: Ettore Majorana. Era titolare della cattedra di Fisica teorica all'Università di Napoli da appena tre mesi, salutato da Enrico Fermi come «il più grande genio fisico del XX secolo, paragonabile a Galileo e a Newton». Quando il piroscafo attraccò a Palermo alle 5:45 del 26 marzo, la cabina 207 era vuota. Il bagaglio mancava. Sul comodino c'era una lettera per la famiglia. Ettore Majorana non sarebbe stato visto mai più. O quasi.

Un genio precoce e schivo

Nato a Catania il 5 agosto 1906, Ettore Majorana proveniva da una famiglia di medici, ingegneri e magistrati. A 22 anni si laureò in fisica a Roma sotto la guida di Fermi, entrando nel gruppo dei «Ragazzi di via Panisperna» insieme a Edoardo Amaldi, Bruno Pontecorvo, Emilio Segrè e Franco Rasetti. La scheda di Wikipedia registra sette pubblicazioni scientifiche di rilievo straordinario tra il 1928 e il 1937, tra cui la teoria del fermione che porta il suo nome — il fermione di Majorana, identificato sperimentalmente in laboratorio solo nel 2012, settant'anni dopo l'intuizione teorica, da una squadra olandese all'Università tecnica di Delft.

Veduta del golfo di Napoli con il Vesuvio sullo sfondo
Da Napoli, dove insegnava, Majorana s'imbarcò il 25 marzo 1938 per Palermo. Foto: Pexels / K

Le due lettere

Majorana scrisse due lettere prima di sparire. La prima, indirizzata al rettore dell'Università di Napoli Antonio Carrelli, fu spedita da Palermo: chiedeva di considerarsi dimissionario e si scusava per il disturbo. La seconda, lasciata in albergo, era diretta alla famiglia: «Ho un solo desiderio: che non vi vestiate di nero. Se vorrete portarmi il lutto, non più di tre giorni. Dopo, anche se vi viene un'occasione, dimenticatemi.» Inviò poi un telegramma a Carrelli da Palermo, il giorno 26 marzo, in cui sembrava ritrattare: «Mare mi ha rifiutato. Sarò domani all'Hotel Bologna. Però senza giornali. Ettore.» Né l'albergo né il porto di Napoli lo videro arrivare. Da quel momento, ogni traccia svanì.

Le ipotesi: suicidio, convento, fuga in Sudamerica

L'enigma alimentò ipotesi che si rincorrono dal 1938:

  • Suicidio in mare: la più semplice. Il corpo non fu mai ritrovato, e Majorana sembrava avere comportamento depressivo nei mesi precedenti.
  • Vita monastica: ipotesi sostenuta dal premio Nobel Leonardo Sciascia nel saggio La scomparsa di Majorana (1975). Il fisico si sarebbe ritirato in una certosa calabrese, terrorizzato dalle implicazioni militari delle proprie ricerche.
  • Fuga in Argentina o Venezuela: avanzata fin dagli anni Cinquanta sulla base di testimonianze di emigrati italiani in Sudamerica.

2008: la trasmissione "Chi l'ha visto?" riapre il caso

Una svolta arriva nel marzo 2008. La trasmissione di RAI 3 Chi l'ha visto? manda in onda l'intervista a Francesco Fasani, italiano emigrato in Argentina nel dopoguerra, che racconta di aver conosciuto a Caracas, tra il 1955 e il 1959, un cinquantenne italiano introverso, chiamato «Bini», di profonda cultura scientifica. La cronaca de Il Post ricostruisce come la Procura di Roma, all'epoca diretta dal procuratore Pietro Saviotti, riaprì l'inchiesta sulla scomparsa, raccogliendo testimonianze e materiale fotografico in Venezuela.

Vecchia lettera manoscritta su scrittoio in legno con penna stilografica
Le lettere di Majorana del 25-26 marzo 1938 sono conservate negli archivi della famiglia. Foto: Pexels / Raymond Petrik

2015: la sentenza che archivia il caso

Il 4 febbraio 2015, dopo sette anni di indagini, la Procura di Roma ha emesso un decreto di archiviazione: nelle 60 pagine del provvedimento, riassunte dalla scheda di Focus, si conclude che «Ettore Majorana era vivo dopo il 1938 e ha vissuto volontariamente all'estero, in particolare in Venezuela, tra il 1955 e il 1959». La prova decisiva fu fornita dal RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche) dei Carabinieri, che analizzò una fotografia scattata a Caracas il 12 giugno 1955 e ritrovata nell'album di Fasani. L'analisi antropometrica della struttura del volto mostrò una perfetta sovrapposizione tra il «Signor Bini» della foto e il padre di Majorana, Fabio. La Procura considerò la corrispondenza scientificamente affidabile e archiviò il caso come volontaria espatrio.

Cosa fece davvero in Venezuela?

I dettagli restano lacunosi. Fasani lo descrisse come autista privato e poi gestore di una piccola officina meccanica a Valencia, città venezuelana a 170 km da Caracas. Secondo altre testimonianze raccolte dai magistrati italiani, Majorana avrebbe lavorato anche come consulente tecnico per una compagnia petrolifera. La data e il luogo della morte non sono mai stati accertati. Alcune piste suggeriscono il 1973 in Venezuela, altre il 1968 in Argentina. Un suo presunto figlio sarebbe vivo, ma le richieste di prelievo del DNA non hanno mai avuto seguito ufficiale.

Domande frequenti

Cosa aveva scoperto Majorana di così pericoloso? Aveva intuito alcuni aspetti della fissione nucleare prima del lavoro di Otto Hahn e Lise Meitner. Più che a un segreto militare, però, Sciascia attribuì la fuga a un senso di colpa morale per le implicazioni della fisica nucleare.

Perché "il fermione di Majorana" è tornato di moda? Perché i quasi-particelle di Majorana sono candidate ideali per i qubit topologici dei computer quantistici. Microsoft e altri laboratori ci hanno investito miliardi.

Esiste una tomba di Majorana? No. La famiglia non lo ha mai dichiarato morto formalmente. Solo nel 2010, su richiesta del fratello Salvatore, fu apposta una lapide commemorativa a Catania.

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