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Elizebeth Smith Friedman: la donna che decifrò i codici delle spie

Smascherò i contrabbandieri del proibizionismo e le reti di spie naziste in Sud America, ma il merito andò ad altri.

di Andrea Bertolotti··3 min di lettura
Ritratto della crittoanalista americana Elizebeth Smith Friedman
Ritratto della crittoanalista americana Elizebeth Smith Friedman

Per gran parte del Novecento, quando si parlava di crittoanalisi americana il nome che circolava era quello di William Friedman, padre della disciplina negli Stati Uniti. Solo dopo la declassificazione di migliaia di documenti si è scoperto che accanto a lui — e in molti casi davanti a lui — c'era Elizebeth Smith Friedman: la donna che smontò i codici dei contrabbandieri durante il proibizionismo e quelli delle reti di spie naziste in Sud America, senza poter prendersi il merito pubblico del proprio lavoro.

Da Shakespeare ai codici segreti

Nata in Indiana nel 1892, Elizebeth Smith era una laureata in letteratura inglese appassionata di Shakespeare. Fu proprio questa passione a portarla, quasi per caso, alla crittografia: venne assunta nei Riverbank Laboratories, una tenuta privata dove un eccentrico milionario voleva dimostrare che le opere di Shakespeare nascondessero messaggi cifrati attribuibili a Francis Bacon. La tesi era infondata, ma il lavoro insegnò a Elizebeth — e al collega che sarebbe diventato suo marito, William Friedman — a riconoscere e decifrare messaggi nascosti. Come ricostruisce la ricostruzione biografica della sua vita, quei laboratori furono la culla della crittoanalisi statunitense moderna.

Una macchina cifrante Enigma esposta in un museo
Una macchina cifrante a rotori del tipo Enigma. Credit: Wikimedia Commons.

La cacciatrice di contrabbandieri

Durante il proibizionismo, le bande che importavano alcol illegalmente negli Stati Uniti comunicavano via radio con messaggi cifrati sempre più sofisticati. La Guardia Costiera e il Tesoro si rivolsero a lei. Tra gli anni Venti e Trenta, Elizebeth decifrò migliaia di messaggi, smantellando reti di contrabbando e narcotraffico. La sua competenza la portò in tribunale come testimone esperta: davanti alle giurie spiegava, prova alla mano, come un'apparente sequenza di lettere senza senso nascondesse ordini, rotte e quantità. Era, di fatto, una delle prime crittoanaliste forensi della storia.

La guerra segreta contro le spie naziste

Con la Seconda guerra mondiale, il suo talento fu rivolto a un avversario ben più pericoloso. La Germania nazista aveva organizzato reti di spie in Sud America, che usavano macchine cifranti a rotori del tipo Enigma per trasmettere informazioni. L'unità di Elizebeth riuscì a violare quei sistemi, contribuendo a neutralizzare le reti di spionaggio dell'Asse nell'emisfero occidentale. Come documenta un approfondimento dello Smithsonian Magazine, molti di questi successi furono però attribuiti pubblicamente all'FBI di J. Edgar Hoover, che si prese il merito di operazioni rese possibili dal lavoro del suo gruppo.

Ritratto della crittoanalista Elizebeth Smith Friedman
Elizebeth Smith Friedman. Credit: Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Il merito negato e la riscoperta

Per decenni Elizebeth non poté raccontare nulla: i suoi fascicoli erano coperti dal segreto, e la cultura dell'epoca tendeva comunque a relegare le donne nell'ombra. Morì nel 1980. Solo con la progressiva declassificazione dei documenti la sua portata è emersa: storici e giornalisti — in particolare grazie al lavoro di ricostruzione raccontato anche dal documentario "The Codebreaker" di PBS American Experience — hanno restituito a Elizebeth Smith Friedman il ruolo di pioniera della crittoanalisi.

La sua storia è interessante per due motivi. Primo, perché mostra che la crittoanalisi moderna non nacque solo dai grandi computer e dalle macchine, ma anche da menti capaci di leggere schemi dove altri vedevano caos. Secondo, perché è un caso da manuale di "effetto Matilda", il meccanismo per cui i contributi scientifici delle donne vengono spesso attribuiti a colleghi uomini. Riconoscerlo, oggi, significa anche rileggere con occhi nuovi la storia dell'intelligence del Novecento.

L'effetto Matilda e il merito negato alle donne

La vicenda di Elizebeth Smith Friedman è un esempio quasi perfetto di quello che la storica Margaret Rossiter ha chiamato "effetto Matilda": la sistematica sottovalutazione e attribuzione ad altri — spesso colleghi uomini — dei contributi scientifici delle donne. Per decenni, parlando delle origini della crittoanalisi statunitense, si è fatto il nome del marito William Friedman, mentre il lavoro di Elizebeth restava nell'ombra, in parte per il segreto militare e in parte per i pregiudizi dell'epoca.

Eppure i due lavoravano spesso fianco a fianco, con competenze complementari, e in diversi casi fu lei a ottenere risultati cruciali. La declassificazione progressiva dei documenti, a partire dalla fine del Novecento, ha permesso di ricostruire la reale portata del suo contributo: dalle migliaia di messaggi dei contrabbandieri decifrati durante il proibizionismo, fino allo smantellamento delle reti di spionaggio dell'Asse in Sud America durante la Seconda guerra mondiale. Molti di quei successi furono pubblicamente attribuiti all'FBI, che si prese il merito di operazioni rese possibili dal lavoro paziente del suo gruppo.

Riconoscere oggi il ruolo di Elizebeth Smith Friedman non è solo un atto di giustizia verso una singola persona, ma un'occasione per rileggere la storia della scienza e dell'intelligence con occhi più attenti. Quante altre "Friedman" sono rimaste invisibili negli archivi? La sua riscoperta si inserisce in un più ampio movimento di recupero delle figure femminili dimenticate, che sta restituendo alla storia della crittografia, della matematica e della fisica nomi che meritano di stare accanto a quelli già celebri. La crittoanalisi moderna, insomma, è nata anche grazie a una donna che leggeva schemi dove gli altri vedevano caos.

Negli ultimi anni il riconoscimento è finalmente arrivato. Elizebeth Smith Friedman è stata inserita nella Hall of Honor dell'intelligence crittologica statunitense, le sono stati dedicati edifici e perfino una nave della Guardia Costiera, e la sua vicenda è stata raccontata in libri di successo e in documentari televisivi. Ogni nuovo lavoro storico aggiunge tasselli a un ritratto sorprendente: quello di una donna che, partita dallo studio dei presunti codici nascosti nelle opere di Shakespeare, finì per costruire alcune delle fondamenta della sicurezza nazionale di un Paese, restando per decenni una delle migliori menti crittologiche del Novecento, e una delle più ingiustamente ignorate.

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