Curiosità
Lupi a Yellowstone: la storia (e i dubbi) della cascata trofica più famosa
Nel 1995 il lupo grigio tornò nel parco dopo 70 anni di assenza. La leggenda dice che cambiò perfino il corso dei fiumi: la scienza, oggi, è più cauta.

La reintroduzione dei lupi a Yellowstone è probabilmente l'esempio di ecologia più raccontato di sempre: una storia in cui il ritorno di un grande predatore avrebbe rimesso in moto un intero ecosistema, facendo ricrescere gli alberi, tornare i castori e perfino cambiando il percorso dei fiumi. È una narrazione potente e affascinante, diventata virale grazie a un celebre video. Ma quanto di questa cascata trofica è scienza solida e quanto è semplificazione? La risposta, come spesso accade in ecologia, è più sfumata e per questo più interessante.
Settant'anni senza lupi
All'inizio del Novecento i lupi grigi (Canis lupus) furono sistematicamente eliminati dal Parco nazionale di Yellowstone, negli Stati Uniti, in linea con le politiche di sterminio dei predatori dell'epoca. L'ultimo branco residente scomparve negli anni Venti. Per circa settant'anni il parco rimase senza il suo principale predatore di grandi ungulati, e la popolazione di wapiti (l'alce americano, Cervus canadensis) crebbe a dismisura, brucando senza freni i giovani germogli lungo i corsi d'acqua.
Nel 1995 e nel 1996, dopo lunghe battaglie politiche e legali, il National Park Service riportò a Yellowstone alcuni lupi catturati in Canada. Come ricostruisce la scheda didattica di National Geographic, fu uno degli esperimenti di conservazione più ambiziosi mai tentati negli Stati Uniti, e offrì agli ecologi un laboratorio a cielo aperto per studiare cosa succede quando un predatore apicale rientra in un ecosistema.

La teoria della cascata trofica
L'idea di cascata trofica è semplice: un predatore al vertice controlla gli erbivori, che a loro volta controllano la vegetazione. Tolto il predatore, gli erbivori esplodono e la vegetazione crolla; reintrodotto il predatore, la catena si riequilibra. A Yellowstone, secondo questa lettura, i lupi avrebbero ridotto il numero di wapiti e soprattutto modificato il loro comportamento, tenendoli lontani dalle vallate fluviali per paura degli agguati (il cosiddetto "paesaggio della paura").
I lavori più citati a sostegno di questa tesi sono quelli degli ecologi William Ripple e Robert Beschta della Oregon State University. La loro sintesi "Trophic cascades in Yellowstone: The first 15 years after wolf reintroduction", pubblicata su Biological Conservation nel 2012, documenta come il brucamento sui giovani pioppi tremuli (aspen) sia calato drasticamente dopo il ritorno dei lupi, con un recupero della vegetazione ripariale, di salici e pioppi, e un beneficio a cascata per uccelli e castori.
La recente conferma sugli aspen
Una notizia recente sembra dare ragione a questa visione. Un team della Oregon State University ha annunciato di aver documentato, trent'anni dopo la reintroduzione, la prima nuova generazione di pioppi tremuli adulti nella zona settentrionale del parco dopo circa 80 anni di assenza di rinnovamento. Come riporta il comunicato dell'ateneo, è la prova che alcuni alberi sono finalmente riusciti a superare l'altezza critica oltre la quale i wapiti non possono più brucarli.
Perché molti ecologi invitano alla cautela
Eppure non tutti gli studiosi accettano la versione "da cartolina". Diverse ricerche hanno mostrato che il quadro è molto più complicato: il calo dei wapiti dipese anche da inverni rigidi, siccità, orsi, puma e dalla caccia ai confini del parco, non solo dai lupi. Soprattutto, un'analisi pubblicata negli ultimi anni ha messo in guardia contro un errore metodologico: lo studio "Sampling bias exaggerates a textbook example of a trophic cascade" sostiene che misurare solo i germogli di aspen più alti abbia sovrastimato il recupero, perché quei polloni non sono rappresentativi della media. In altre parole, l'esempio da manuale sarebbe stato amplificato.

Una lezione di umiltà ecologica
L'affermazione più spettacolare, quella secondo cui i lupi avrebbero "cambiato il corso dei fiumi" stabilizzandone le sponde con la vegetazione, è probabilmente vera in alcune zone ma esagerata se applicata all'intero parco. Gli ecosistemi non sono macchine con leve prevedibili: sono reti complesse in cui clima, suolo, altri predatori e attività umane si intrecciano.
Il caso di Yellowstone resta comunque un successo di conservazione e un esperimento prezioso. Insegna però che le storie troppo lineari, per quanto belle, vanno maneggiate con prudenza. Il ritorno dei lupi ha avuto effetti reali e misurabili, ma attribuire a un solo animale la rinascita di un intero paesaggio significa raccontare una favola al posto della scienza. E la realtà, fatta di dati discordanti e dibattiti aperti, è in fondo molto più affascinante di qualsiasi leggenda.
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