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Lingue a clic: parlare a schiocchi, dove e perché succede

In alcune lingue dell'Africa australe gli schiocchi che noi usiamo per i cavalli sono vere consonanti.

di Andrea Bertolotti··3 min di lettura
Mappa della distribuzione storica delle popolazioni khoisan in Africa australe
Mappa della distribuzione storica delle popolazioni khoisan in Africa australe

Esistono lingue a clic in cui parole comunissime cominciano con uno schiocco prodotto succhiando l'aria contro il palato, i denti o le labbra: lo stesso suono che molti europei usano solo per incitare un cavallo o per esprimere disapprovazione. In alcune lingue dell'Africa meridionale questi schiocchi non sono interiezioni, ma vere e proprie consonanti, capaci di distinguere il significato delle parole. Il risultato è uno dei suoni più affascinanti e fonologicamente complessi del linguaggio umano.

Ragazze san in Namibia, parlanti di una lingua khoisan a clic
Ragazze san in Namibia: i popoli khoisan parlano lingue in cui i clic sono consonanti a tutti gli effetti. Credit: Ian Beatty, Wikimedia Commons (CC BY-SA 2.0).

Che cosa sono, esattamente, i clic

Dal punto di vista fonetico i clic sono consonanti a meccanismo velarico ingressivo: invece di spingere l'aria dai polmoni, il parlante crea una cavità di vuoto tra due chiusure della bocca e poi la rilascia di scatto, generando uno schiocco. La descrizione delle consonanti clic distingue cinque famiglie principali in base al punto in cui l'aria viene risucchiata: bilabiali (un bacio sonoro), dentali (il "tsk-tsk" del rimprovero), alveolari, palatali e laterali (lo schiocco usato per i cavalli). Ogni clic può poi combinarsi con la voce, l'aspirazione o la nasalizzazione, moltiplicando il numero dei suoni distinti.

Dove si parlano

Il cuore delle lingue a clic è l'Africa australe, tra le lingue khoisan parlate da popoli san e khoekhoe in Namibia, Botswana e Sudafrica. Il caso più estremo è il taa (noto anche come ǃXóõ), una lingua del Botswana che possiede uno degli inventari di consonanti più ricchi al mondo, con decine di clic diversi: a seconda dell'analisi, il sistema fonologico supera abbondantemente le 80 consonanti, contro le ventina circa dell'italiano.

Più a nord, in Tanzania, due lingue isolate – l'hadza e il sandawe – usano i clic pur essendo separate dal resto del gruppo da migliaia di chilometri. E i clic hanno "contagiato" anche grandi lingue bantu come lo xhosa e lo zulu: in xhosa le lettere c, x e q non si leggono come da noi, ma rappresentano tre clic distinti, dentale, laterale e palatale. È per questo che il nome stesso "Xhosa" inizia con uno schiocco.

Paesaggio desertico della Namibia, regione delle lingue khoisan
Il deserto della Namibia, area storica delle comunità khoisan. Credit: Lucy Du Preez / Pexels.

Antichissime o solo "contagiose"?

Quanto sono antichi i clic? La domanda divide i linguisti. Alcuni li considerano un possibile tratto arcaico del linguaggio umano, perché sono presenti tra popolazioni africane geneticamente molto distanti tra loro: lo studio sulla diversità genetica africana coordinato dalla genetista Sarah Tishkoff, pubblicato su Science nel 2009, ha messo in luce quanto siano profonde le divergenze tra i gruppi che usano queste lingue. Altri ricercatori sono più cauti: i clic potrebbero essersi diffusi per contatto areale, come è chiaramente avvenuto nel caso dello xhosa e dello zulu, che li hanno presi in prestito dalle lingue khoisan vicine. La prova che i clic possono nascere "a tavolino" è il damin, un linguaggio cerimoniale aborigeno australiano oggi estinto: l'unica lingua fuori dall'Africa ad averli usati, inventata come codice iniziatico.

Suoni a rischio di estinzione

Molte di queste lingue oggi sono gravemente minacciate. Il caso simbolo è il nǁng (o N|uu) del Sudafrica: per anni l'anziana Katrina Esau è stata considerata tra gli ultimissimi parlanti fluenti, e ha aperto una piccola scuola per insegnare la lingua ai bambini prima che scomparisse. L'Atlante mondiale delle lingue dell'UNESCO classifica come a rischio numerose lingue khoisan, la cui perdita cancellerebbe non solo un patrimonio culturale, ma anche un capitolo unico della fonetica umana.

Comprendere come il cervello e l'apparato vocale producano e distinguano decine di schiocchi diversi resta una sfida aperta. Come ha raccontato la divulgazione del Smithsonian e di altre testate scientifiche, le lingue a clic dimostrano che la gamma dei suoni che gli esseri umani possono usare per parlare è molto più ampia di quanto immaginiamo: ogni lingua che muore restringe quella gamma per sempre.

Suoni difficili che incuriosiscono la scienza

Per chi non è cresciuto con queste lingue, imparare a produrre i clic è una sfida notevole: richiede di coordinare in modo nuovo lingua, palato e labbra, e molti studenti adulti faticano a distinguere a orecchio decine di schiocchi simili tra loro. Proprio questa complessità rende le lingue a clic un terreno prezioso per la fonetica sperimentale, che le studia con telecamere ad alta velocità e risonanza magnetica per capire come l'apparato vocale generi suoni così particolari.

Oltre al valore scientifico, c'è quello identitario. In Sudafrica e Namibia diverse comunità stanno lavorando per documentare e insegnare le proprie lingue ai più giovani, registrando gli ultimi parlanti anziani e creando materiali didattici. Salvare un suono, in questi casi, significa salvare una visione del mondo: ogni lingua a clic custodisce nomi di piante, animali e luoghi che racchiudono secoli di conoscenza dell'ambiente, un sapere che andrebbe perduto con l'ultimo che la parla.

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