Corpo Umano
Le persone che non sentono dolore: il gene SCN9A e i suoi misteri
Una rara mutazione spegne l'allarme del dolore: sembra un superpotere, ma è una delle condizioni più pericolose con cui nascere.

Immaginate di non provare mai dolore. Niente fitte, niente bruciori, niente male quando vi tagliate o vi rompete un osso. Sembra un superpotere, e invece è una delle condizioni più pericolose con cui si possa nascere. L'insensibilità congenita al dolore è una rarissima malattia genetica che priva chi ne è affetto del più antico e prezioso dei sistemi d'allarme del corpo. La sua scoperta, avvenuta studiando alcune famiglie del Pakistan, ha rivoluzionato la nostra comprensione di come nasce il dolore e ha acceso la caccia a una nuova generazione di antidolorifici.
Il bambino che camminava sui carboni ardenti
La storia parte da un caso clamoroso. In Pakistan, un bambino si esibiva per strada infilzandosi le braccia con coltelli e camminando su carboni ardenti, senza mostrare alcuna sofferenza. Non era un trucco: semplicemente non sentiva dolore. Il piccolo morì cadendo da un tetto prima di poter essere studiato a fondo, ma la sua vicenda condusse i ricercatori ad altre famiglie imparentate in cui più persone presentavano la stessa, totale incapacità di percepire il dolore fisico fin dalla nascita.
Nel 2006, lo studio di quelle famiglie portò a una scoperta fondamentale, pubblicata in un celebre articolo sulla rivista Nature: tutti gli individui colpiti avevano mutazioni in un singolo gene, chiamato SCN9A.
Un canale guasto sulla via del dolore
Per capire la malattia bisogna scendere a livello delle cellule nervose. Quando ci feriamo, speciali terminazioni nervose chiamate nocicettori generano un segnale elettrico che corre lungo i nervi fino al midollo spinale e al cervello, dove viene "tradotto" in dolore. Perché quel segnale parta servono delle minuscole porte sulla membrana dei neuroni, i canali del sodio. Il gene SCN9A contiene le istruzioni per costruire uno di questi canali, denominato Nav1.7, che funziona come un amplificatore cruciale del segnale doloroso.
Nelle persone con insensibilità congenita al dolore, le mutazioni "spengono" il Nav1.7: il canale non funziona, l'impulso del dolore non viene amplificato e non raggiunge mai il cervello. Il risultato è che la persona percepisce normalmente il tatto, la pressione, spesso anche il caldo e il freddo, ma resta completamente cieca al dolore. Curiosamente, molti di questi individui non hanno nemmeno l'olfatto, perché lo stesso canale è necessario al funzionamento dei neuroni che riconoscono gli odori, come spiega la scheda genetica di MedlinePlus della National Library of Medicine.
Perché non sentire dolore è una condanna
Chi immagina questa condizione come una fortuna sbaglia profondamente. Il dolore è un sistema di protezione evoluto in centinaia di milioni di anni: ci dice di ritirare la mano dal fuoco, di non appoggiare il peso su una caviglia rotta, di andare dal medico quando qualcosa non va. Senza questo allarme, il corpo si danneggia in silenzio.
I bambini con insensibilità congenita al dolore si mordono ripetutamente lingua, labbra e dita, a volte fino a mutilarsi. Subiscono fratture e ustioni che passano inosservate, danni articolari progressivi, infezioni trascurate. Molti non raggiungono l'età adulta proprio a causa di lesioni che una persona normale avrebbe evitato istintivamente. Vivere senza dolore significa, paradossalmente, vivere in costante pericolo, sotto sorveglianza continua da parte dei familiari.
Lo stesso gene, il dolore opposto
Una delle cose più affascinanti del Nav1.7 è che funziona come un vero "interruttore" del dolore, e può guastarsi in due direzioni opposte. Se le mutazioni lo spengono, si ottiene l'assenza totale di dolore. Ma esistono anche mutazioni che lo rendono iperattivo: in questi casi le persone soffrono di sindromi dolorose estreme, come l'eritromelalgia, in cui mani e piedi bruciano in modo insopportabile per stimoli minimi. Lo stesso identico canale, quindi, può togliere completamente il dolore o renderlo intollerabile, a seconda di come è alterato.
La caccia agli antidolorifici senza oppioidi
Proprio perché il Nav1.7 è così centrale nella trasmissione del dolore, è diventato uno dei bersagli più ambiti dalla ricerca farmaceutica. L'idea è elegante: se bloccando questo canale alcune persone non sentono dolore senza altre gravi conseguenze, allora un farmaco capace di "imitare" quel blocco in modo controllato potrebbe diventare un potente analgesico, privo dei rischi di dipendenza degli oppioidi. La strada si è rivelata più complessa del previsto, ma la ricerca sui canali del sodio dei nocicettori resta una delle più promettenti per affrontare il dolore cronico, una delle grandi sfide della medicina contemporanea.
Esistono anche altre forme di insensibilità congenita al dolore, dovute a geni diversi — come quelle che coinvolgono il gene NTRK1, in cui all'assenza di dolore si aggiunge l'incapacità di sudare — ma la storia del Nav1.7 resta quella che più ha cambiato la comprensione del fenomeno.
Il dono nascosto della sofferenza
La lezione più profonda che ci consegnano queste rare condizioni è controintuitiva: il dolore, che istintivamente vorremmo eliminare, è uno dei migliori amici della nostra sopravvivenza. È sgradevole proprio perché deve esserlo, per costringerci ad agire. Le persone che non lo provano ci mostrano, al prezzo altissimo della loro fragilità, che una vita senza dolore non è una vita migliore, ma una vita più esposta. E ci ricordano che, dietro ogni "male" che sentiamo, c'è un sistema antichissimo che, a modo suo, sta cercando di proteggerci.
Comprendere queste rarissime condizioni non interessa solo gli specialisti delle malattie genetiche. Il dolore cronico colpisce centinaia di milioni di persone nel mondo ed è una delle principali cause di disabilità, ma le opzioni terapeutiche restano limitate e spesso legate agli oppioidi, con i loro rischi di assuefazione. Ecco perché i meccanismi svelati dalle famiglie con insensibilità congenita al dolore continuano a guidare la ricerca verso analgesici radicalmente nuovi, capaci di "abbassare il volume" del dolore senza spegnere la coscienza né creare dipendenza.
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