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Calamaro bobtail hawaiano: il piccolo cefalopode che si camuffa con la luce dei batteri

Euprymna scolopes e Vibrio fischeri vivono in simbiosi da milioni di anni: il calamaro fornisce zuccheri, i batteri brillano per cancellargli l'ombra

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Calamaro bobtail Euprymna scolopes giovanissimo ripreso al microscopio
Calamaro bobtail Euprymna scolopes giovanissimo ripreso al microscopio

Nelle acque basse delle Hawaii, di notte, un piccolo calamaro lungo come un dito esce dalla sabbia per cacciare. Visto dall'alto è una sagoma scura contro il chiarore della luna; visto dal basso, dove stanno i suoi predatori, dovrebbe essere un bersaglio nero stagliato contro la superficie illuminata. Eppure, dal basso, non si vede niente. Il calamaro Euprymna scolopes ha imparato, nel corso di milioni di anni, a cancellare la propria ombra. E non lo fa da solo: ha assoldato un batterio.

Trenta millimetri di animale, una vita doppia

Il calamaro bobtail hawaiano è un cefalopode della famiglia Sepiolidae. Misura una trentina di millimetri al massimo. Vive in praterie di posidonia attorno alle isole Hawaii e a Midway, secondo la scheda di SeaLifeBase mantenuta dall'Università del Quebec. Durante il giorno si seppellisce nella sabbia, dopo essersi appiccicato granelli minerali sul mantello come una piccola macchia di terreno; di notte caccia gamberetti.

Il dettaglio che lo ha reso famoso in biologia è un organo posto sul lato ventrale del mantello: una piccola ghiandola riempita di batteri luminosi della specie Vibrio fischeri (oggi rinominata Aliivibrio fischeri). Questo organo è un piccolo laboratorio fotonico: quando il calamaro è attivo, lascia uscire una luce diffusa che bilancia esattamente quella della luna che cade sul mare. La tecnica si chiama controilluminazione: cancellare la propria ombra emettendo luce dalla stessa direzione del cielo.

Calamaro bobtail Euprymna scolopes appena nato visto al microscopio binoculare
Un esemplare neonato di Euprymna scolopes al microscopio. Foto: Lilasnoow/Wikimedia Commons (CC BY 4.0).

Una simbiosi appresa dalla zero a ogni generazione

La sorpresa è che il calamaro non eredita i batteri dalla madre. Le uova vengono deposte nella sabbia e i piccoli, alla schiusa, sono sterili. Nelle prime ore di vita devono trovare i loro futuri inquilini nell'acqua del mare, dove V. fischeri è presente ma diluitissimo: una cellula su un milione di batteri totali. L'organo luminoso del calamaro neonato espone all'esterno una fila di ciglia che generano un flusso di muco, e questo muco intercetta selettivamente le cellule di V. fischeri grazie a un riconoscimento molecolare fine.

Una volta dentro, i batteri colonizzano sei cripte profonde rivestite di epitelio. Nel giro di poche ore raggiungono una densità così alta da attivare il quorum sensing, il meccanismo per cui i batteri contano se stessi e accendono i geni di bioluminescenza solo quando sono abbastanza numerosi. È esattamente lo stesso sistema di comunicazione cellulare che ha valso a Bonnie Bassler la National Academy of Sciences Award in Molecular Biology.

Margaret McFall-Ngai e trent'anni di lavoro

La microbiologa Margaret McFall-Ngai (Università delle Hawaii a Mānoa) ha dedicato la carriera a questa simbiosi, trasformandola in un modello che oggi si studia in ogni corso universitario di microbiologia evolutiva. In una revisione del 2021 su Nature Reviews Microbiology McFall-Ngai e Edward Ruby riassumono trent'anni di scoperte: come il calamaro seleziona il partner giusto fra migliaia di specie batteriche, come gli ospiti modulano la propria fisiologia in risposta alla presenza dei microbi, come una struttura anatomica complessa si formi solo se i batteri arrivano al momento giusto dello sviluppo.

Un dato sorprendente: ogni mattina, all'alba, il calamaro espelle circa il 95% dei batteri presenti nell'organo. Il restante 5% si moltiplica durante il giorno e ricostituisce la colonia per la notte successiva. È un ciclo circadiano della simbiosi, scoperto in dettaglio da un articolo del 2024 su PNAS: la quantità di batteri ospitati è la stessa ogni giorno, ma la popolazione viene azzerata e ricostruita. Un esempio raro di simbiosi ritmica.

Esemplare adulto di Euprymna scolopes su sfondo nero
Un esemplare adulto di Euprymna scolopes con scala di riferimento. Foto: Margaret McFall-Ngai/Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0).

Cosa abbiamo imparato studiando un calamaro che brilla

Il sistema Euprymna-Vibrio è oggi uno dei modelli più importanti per capire come gli animali multicellulari convivono con i microbi. Quasi tutti gli organismi complessi — incluso il nostro corpo — ospitano comunità batteriche essenziali alla salute. Capire come una sola specie animale incontra, seleziona e mantiene un solo tipo di batterio è un punto di partenza per comprendere il microbioma umano, fatto di centinaia di specie.

Una scheda di rassegna di ScienceDirect riassume i meccanismi molecolari del riconoscimento: peptidoglicani della parete batterica e lipopolisaccaridi vengono letti dalle cellule epiteliali del calamaro tramite recettori dell'immunità innata che condividiamo con i mammiferi. Studiare il bobtail aiuta dunque a capire come il sistema immunitario distingue gli ospiti buoni da quelli pericolosi. La ricerca finanziata dal programma NIH Human Microbiome Project cita esplicitamente questa simbiosi come riferimento metodologico.

Una luce mai vista da nessuno

La parte più sottile della storia riguarda il modo in cui il calamaro regola la luce. L'organo bioluminescente non è un faro sempre acceso: contiene riflettori, filtri colorati e una sorta di iride muscolare che modula in tempo reale l'intensità in base alla luce della luna sopra il mare. Un articolo del 2025 sulla rivista Journal of Experimental Biology ha misurato che la corrispondenza tra emissione e luce ambiente cade entro un margine di errore del 5%, una precisione che molti strumenti ottici inventati dall'uomo non raggiungono.

Per noi è una curiosità da raccontare; per il calamaro, è la differenza tra essere mangiato e raggiungere un'altra alba. E tutto questo grazie a un batterio che, in cambio, riceve zuccheri, ossigeno e un posto sicuro dove vivere — un patto evolutivo che dura, secondo le stime genetiche, da circa 30 milioni di anni.

Una buona curiosità ogni mattina

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