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Passo Dyatlov, febbraio 1959: nove escursionisti morti negli Urali, e una valanga spiegata 62 anni dopo

Tenda tagliata dall'interno, tracce a piedi nudi nella neve, ferite incompatibili con una rissa. Nel 2021 due ricercatori svizzeri hanno ricostruito il colpevole

di Andrea Bertolotti··5 min di lettura
La tenda del gruppo Dyatlov sepolta dalla neve, fotografata il 26 febbraio 1959
La tenda del gruppo Dyatlov sepolta dalla neve, fotografata il 26 febbraio 1959

Per oltre sei decenni è stato uno dei misteri più discussi della storia dell'alpinismo. Sulle pendici di una montagna degli Urali settentrionali, in una notte di inizio febbraio del 1959, nove giovani escursionisti sovietici uscirono dalla loro tenda tagliata dall'interno, scapparono a piedi quasi nudi a -30 °C e morirono fra ferite gravissime, ipotermia e lesioni che sembravano sproporzionate a una semplice caduta. Negli anni, il caso del Passo Dyatlov ha generato ipotesi di ogni tipo: yeti, esperimenti militari segreti, valanghe, ufo, gas tossici. Solo nel 2021, un articolo su Communications Earth & Environment ha fornito una spiegazione fisica coerente.

La spedizione

Il gruppo era composto da nove studenti dell'Università Politecnica degli Urali a Sverdlovsk (oggi Ekaterinburg), guidati da Igor' Dyatlov, 23 anni, studente di ingegneria radio. Il loro obiettivo era raggiungere il monte Otorten classificandosi per il livello più alto della certificazione sovietica di sci-escursionismo. La rotta passava per la montagna Kholat Syakhl, il cui nome in lingua Mansi significa 'montagna dei morti'.

Partirono il 27 gennaio 1959 e l'ultima nota di diario è del 1° febbraio. Quella sera si erano accampati sul fianco orientale della montagna, a circa 1.079 metri di quota, su un pendio di neve di circa 23-30 gradi di pendenza. Quando il gruppo non si presentò al punto di rientro programmato, il 12 febbraio venne dato l'allarme. Le ricerche, iniziate il 20, trovarono la tenda il 26 febbraio.

La tenda del gruppo Dyatlov fotografata dai soccorritori sovietici il 26 febbraio 1959
La tenda del gruppo Dyatlov com'è stata ritrovata il 26 febbraio 1959, tagliata dall'interno. Foto: investigatori sovietici / Wikimedia Commons (pubblico dominio).

Cosa trovarono i soccorritori

La tenda era piantata e in parte sepolta dalla neve. Era tagliata dall'interno con un coltello: una scelta deliberata, fatta da chi non voleva o non poteva uscire dall'apertura normale. All'interno c'erano vestiti, scarpe, attrezzatura completa. A circa 1.500 metri di distanza, sotto un cedro siberiano, trovarono i corpi di due membri della squadra, Doroshenko e Krivonishenko, vestiti solo di biancheria intima. Vicino c'erano i resti di un piccolo fuoco. Tra il cedro e la tenda giacevano i corpi di Dyatlov, Slobodin e Kolmogorova, in posizioni che suggerivano un tentativo di tornare verso il campo.

Gli ultimi quattro corpi furono recuperati solo a maggio, sotto quattro metri di neve in una piccola gola: Dubinina, Zolotaryov, Thibeaux-Brignolles e Kolevatov. Erano i feriti più gravi. Dubinina aveva la cassa toracica fracassata 'come da un grave incidente d'auto', ma senza ferite esterne. Thibeaux-Brignolles aveva un cranio rotto, sempre senza segni esterni. A Zolotaryov mancava un occhio. A Dubinina mancava la lingua. La scheda dettagliata del caso, che si basa sui rapporti dell'inchiesta sovietica desecretati negli anni Novanta, descrive accuratamente queste lesioni.

Sessant'anni di ipotesi

L'inchiesta originale si chiuse con la formula 'forza naturale che gli escursionisti non furono in grado di superare', una conclusione vaga che alimentò le teorie alternative. Le tracce di radiazione moderata sui vestiti di alcune vittime fecero pensare a esperimenti nucleari. La piccola lingua mancante di Dubinina venne associata ad animali selvatici. Le ferite interne ad esplosioni d'aria. Per anni, libri e documentari hanno proposto decine di ricostruzioni: dai test militari su armi al fosforo bianco a un avvistamento di sfere luminose riportato da pastori Mansi locali.

Nel 2019 il procuratore russo Andrey Kuryakov ha riaperto il caso e nel 2020 ha concluso ufficialmente che la causa più probabile era stata una valanga seguita da ipotermia. Ma il dossier non spiegava come una valanga avesse potuto colpire una tenda piantata su un pendio non particolarmente ripido, senza nemmeno lasciare i tipici detriti.

Mappa topografica e ricostruzione del campo del gruppo Dyatlov
Mappa topografica della zona del Kholat Syakhl con la posizione della tenda e degli altri ritrovamenti. Illustrazione: Merikanto / Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0).

La soluzione del 2021

L'articolo decisivo è firmato da Johan Gaume, esperto di valanghe del Politecnico federale di Losanna (EPFL), e Alexander Puzrin, geotecnico del Politecnico federale di Zurigo (ETH). Il loro studio, pubblicato il 28 gennaio 2021 su Communications Earth & Environment, propone un meccanismo molto specifico: una valanga a lastra (slab avalanche), in cui uno strato compatto di neve indurita scorre su un sottostrato più debole.

Il modello, che usa simulazioni di dinamica dei fluidi e proprietà meccaniche calibrate sulle valanghe alpine, mostra che bastavano alcune ore di vento catabatico per accumulare un piccolo cuneo di neve sopra la tenda. Il taglio nel pendio fatto per appoggiare il riparo aveva creato una superficie di scorrimento. Quando il carico di neve superò la soglia critica, una porzione di lastra spessa circa 30 centimetri si staccò e cadde sulla tenda, schiacciando i suoi occupanti senza lasciare detriti evidenti (perché di superficie limitata) ma con sufficiente energia per causare le fratture multiple osservate. Il gruppo, sopravvissuto al colpo iniziale, scappò nella neve verso il bosco con i feriti, e nelle ore successive l'ipotermia fece il resto.

Le conferme successive

Tra il 2021 e il 2022 sono state organizzate spedizioni sul Kholat Syakhl che hanno documentato come la zona sia effettivamente valanghiva in condizioni di accumulo eccezionale, contrariamente a quanto si pensava negli anni Sessanta. Una nota di follow-up dello stesso Gaume su Communications Earth & Environment riporta le osservazioni in loco di tre piccole valanghe a lastra in zone analoghe. La ricostruzione fisica regge.

Restano dettagli minori non spiegati (la radiazione moderata su alcuni vestiti, la lingua mancante, gli avvistamenti di sfere luminose) per i quali le ipotesi più sobrie chiamano in causa contaminazione da materiali tessili in uso, decomposizione in acqua di torrente, e bagliori atmosferici legati a test missilistici sovietici nella zona di Plesetsk. Una retrospettiva di National Geographic ha intervistato Gaume e Puzrin sulle critiche ancora aperte: nessun modello, ammettono i due, può dimostrare con certezza assoluta cosa successe. Ma la valanga a lastra è oggi l'unica ipotesi quantitativamente verificabile.

Cosa resta

I nove escursionisti riposano nel cimitero Mikhajlovskoe di Ekaterinburg. La montagna di Kholat Syakhl è stata ribattezzata informalmente Passo Dyatlov. Ogni anno alpinisti russi vi salgono per rendere omaggio. La vicenda continua ad alimentare romanzi, film e teorie complottistiche; ma da quando esiste un modello fisico replicabile, il caso è uscito dalla zona del mistero per entrare in quella della cronaca della montagna mal capitata. Una piccola, terribile valanga di neve catabatica.

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