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Göbekli Tepe: il santuario di 11.500 anni che viene prima dell'agricoltura

In Anatolia, cacciatori-raccoglitori innalzarono megaliti seimila anni prima di Stonehenge, capovolgendo la storia della civiltà.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
I recinti megalitici di Göbekli Tepe in Anatolia con i pilastri a T di pietra calcarea
I recinti megalitici di Göbekli Tepe in Anatolia con i pilastri a T di pietra calcarea

Nel sud-est della Turchia, su una collina arida vicino a Şanlıurfa, sorge il monumento che ha costretto l'archeologia a riscrivere i propri manuali. Göbekli Tepe è un complesso di recinti megalitici eretto circa 11.500 anni fa, attorno al 9500 a.C.: è più antico di Stonehenge di seimila anni e delle piramidi di Giza di settemila. La sua scoperta ha rovesciato un'idea che sembrava intoccabile, cioè che la monumentalità religiosa fosse figlia della civiltà agricola. Qui, a costruire pilastri di pietra alti cinque metri e pesanti dieci tonnellate, furono cacciatori-raccoglitori che non conoscevano né la ceramica, né i metalli, né la ruota, né probabilmente l'agricoltura.

Una scoperta nata da un equivoco

La collina (in turco göbekli tepe significa "collina panciuta") era stata visitata già negli anni Sessanta da una ricognizione americana, che però l'aveva liquidata come un cimitero medievale: i frammenti di pietra calcarea affioranti furono scambiati per lapidi. Solo nel 1994 l'archeologo tedesco Klaus Schmidt, dell'Istituto Archeologico Germanico, intuì che quei blocchi erano qualcosa di radicalmente diverso. Gli scavi sistematici iniziarono nel 1995 e proseguirono fino alla morte di Schmidt nel 2014. Come ricostruisce la voce dedicata della Encyclopædia Britannica, ciò che emerse dal terreno furono recinti circolari e ovali, scanditi da imponenti pilastri a forma di T disposti attorno a due colonne centrali più grandi.

Recinti circolari con pilastri a T di Göbekli Tepe sotto la tettoia di protezione
I recinti megalitici di Göbekli Tepe, con i caratteristici pilastri a T. Credit: Davide Mauro, Wikimedia Commons (CC BY-SA 4.0).

Pilastri che raccontano un mondo

I pilastri non sono semplici blocchi: molti sono scolpiti con un bestiario inciso a bassorilievo che comprende volpi, serpenti, scorpioni, cinghiali, gru, avvoltoi e uri. Le due colonne centrali di alcuni recinti sono chiaramente antropomorfe, con braccia ripiegate, mani che si congiungono sul ventre e cinture scolpite: rappresentano probabilmente esseri sovrumani o antenati. Secondo l'UNESCO, che ha iscritto il sito nella lista del Patrimonio Mondiale nel 2018, questi recinti monumentali furono il frutto di un livello di organizzazione sociale e di lavoro coordinato del tutto inatteso per società di cacciatori-raccoglitori del Neolitico pre-ceramico.

Il dato che lascia senza parole è proprio cronologico. Per spostare e innalzare megaliti da dieci tonnellate servono decine, forse centinaia di braccia che lavorino insieme per settimane. Eppure tutto questo avvenne prima che l'umanità imparasse a coltivare i campi e ad allevare animali. È come trovare una cattedrale costruita da chi non aveva ancora inventato il villaggio.

"Prima il tempio, poi la città"

Da qui nasce la tesi più affascinante e discussa di Klaus Schmidt. Se a costruire Göbekli Tepe furono gruppi nomadi, allora non fu la nascita dell'agricoltura a rendere possibile la religione monumentale, ma forse il contrario: il bisogno di radunare e sfamare grandi quantità di persone per costruire e celebrare avrebbe spinto quelle comunità a sperimentare la domesticazione delle piante. Non a caso, la regione attorno alla collina è una delle aree dove i genetisti hanno individuato i progenitori selvatici del frumento. La rivista Smithsonian Magazine ha definito Göbekli Tepe "il primo tempio del mondo", raccontando l'ipotesi di Schmidt secondo cui sarebbe stato il culto, e non l'economia, a innescare la rivoluzione neolitica.

A sostegno dell'idea di grandi raduni rituali, uno studio pubblicato sulla rivista Antiquity dai ricercatori dell'Istituto Archeologico Germanico ha documentato enormi quantità di ossa animali e vasche scavate nella roccia, compatibili con banchetti collettivi e forse con la produzione di bevande fermentate.

Veduta aerea dell'area di scavo principale di Göbekli Tepe
L'area di scavo principale vista dall'alto. Credit: German Archaeological Institute, foto E. Kücük (CC BY 4.0).

Un'interpretazione in evoluzione

La narrazione del "santuario puro", abitato solo durante i pellegrinaggi, è oggi sottoposta a revisione critica. Le campagne di scavo più recenti hanno individuato cisterne per la raccolta dell'acqua, strumenti per la lavorazione dei cereali e strutture che assomigliano ad abitazioni: segnali che a Göbekli Tepe si vivesse stabilmente, almeno in parte, e non solo si pregasse. La rigida separazione tra "tempio" e "villaggio" che Schmidt aveva proposto appare quindi più sfumata. Il sito, inoltre, non è isolato: fa parte di un vasto sistema di colline monumentali dell'Anatolia sud-orientale, oggi studiate dal progetto Taş Tepeler, di cui fa parte anche la straordinaria Karahan Tepe.

Resta un fatto che nessuna revisione potrà cancellare. Migliaia di anni prima della scrittura, prima dei faraoni e dei templi sumeri, un gruppo di esseri umani guardò il mondo, lo popolò di animali di pietra e antenati colossali, e poi — altro mistero — seppellì deliberatamente i propri recinti sotto tonnellate di terra, come per congedarsene. Göbekli Tepe non ci dice solo quanto fossero antichi i nostri avi: ci ricorda che il bisogno di dare un senso al cielo e alla morte è forse più antico del pane.

I simboli e l'enigma della sepoltura

Tra le incisioni più discusse di Göbekli Tepe c'è quella nota come "pilastro degli avvoltoi", dove rapaci, scorpioni e figure umane si combinano in scene che molti studiosi interpretano come legate al culto dei morti e a riti funebri. Sono immagini che parlano un linguaggio simbolico per noi in gran parte indecifrabile, ma che rivelano un mondo spirituale già complesso, popolato di animali pericolosi più che di prede da cacciare.

Resta poi il mistero più affascinante: i recinti non vennero abbandonati, ma deliberatamente riempiti di terra e detriti e sepolti dagli stessi costruttori. Perché seppellire ciò che si era innalzato con tanta fatica? Forse per "chiudere" un ciclo rituale, forse per proteggerlo. Quel gesto, paradossalmente, ha conservato il sito per undicimila anni, consegnandoci intatto un capitolo della preistoria che credevamo perduto per sempre.

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