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Sistema glinfatico: il 'lavaggio' notturno del cervello scoperto da Maiken Nedergaard nel 2012

Durante il sonno il liquido cerebrospinale aumenta del 60% e drena via beta-amiloide e tau. Il legame con Alzheimer è uno dei filoni neuroscientifici più caldi.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Rappresentazione astratta di neuroni e connessioni cerebrali in toni blu
Rappresentazione astratta di neuroni e connessioni cerebrali in toni blu

Per oltre un secolo i manuali di anatomia hanno ripetuto la stessa frase: il cervello è l'unico organo del corpo umano senza un sistema linfatico. Niente vasi che drenino le scorie metaboliche, perché la barriera ematoencefalica blocca tutto. Era una verità incompleta. Nel 2012 due ricercatori dell'University of Rochester — la neurobiologa danese Maiken Nedergaard e l'allora postdoc Jeffrey Iliff — hanno dimostrato che il cervello ha un sistema di drenaggio, lo hanno chiamato sistema glinfatico e funziona soprattutto quando dormiamo.

Glia + linfatico

Il nome è la fusione di «glia» (le cellule di supporto del sistema nervoso, in particolare gli astrociti) e «linfatico». La scoperta è iniziata con un esperimento elegante di microscopia a due fotoni su topi vivi: Iliff ha iniettato traccianti fluorescenti nel liquido cerebrospinale e li ha visti percorrere il cervello lungo precisi corridoi anatomici. Lo studio fondatore, pubblicato su Science Translational Medicine il 15 agosto 2012, mostrava che il liquido entra dagli spazi peri-arteriosi (intorno alle arterie cerebrali), si mescola al liquido interstiziale del tessuto e poi esce lungo gli spazi peri-venosi, trascinando con sé scorie metaboliche e proteine.

Il ruolo dell'acquaporina-4

Il sistema funziona grazie agli astrociti, le cellule a forma di stella che avvolgono ogni vaso sanguigno cerebrale. Sulla loro membrana, rivolta verso il vaso, c'è una proteina chiamata aquaporina-4 (AQP4): un canale per l'acqua. Quando il team di Nedergaard ha studiato topi geneticamente modificati senza AQP4, lo scambio di fluido si è ridotto del 65% e l'eliminazione delle scorie ha rallentato in modo drammatico. È la prova che il transito non è solo diffusivo: è attivo, mediato dagli astrociti, descritto in dettaglio da la voce enciclopedica e in una rassegna di NIH/PMC.

Persona che dorme tranquillamente nel letto con la luce soffusa del mattino
Durante il sonno profondo non-REM lo spazio interstiziale cerebrale si dilata fino al 60%, accelerando il drenaggio glinfatico delle scorie metaboliche. Foto: Pexels / Andrea Piacquadio

Perché il sonno è cruciale

Un anno dopo, nel 2013, Lulu Xie del laboratorio di Nedergaard ha pubblicato su Science lo studio «Sleep Drives Metabolite Clearance from the Adult Brain»: durante il sonno NREM gli spazi extracellulari si dilatano del 60% e il flusso glinfatico diventa fino a dieci volte più efficiente rispetto alla veglia. Tradotto: il cervello non «si spegne» durante il sonno, fa pulizia. Il beta-amiloide, la proteina che si aggrega nelle placche dell'Alzheimer, viene eliminato il doppio più velocemente in soggetti dormienti rispetto a soggetti svegli.

La connessione con la malattia neurodegenerativa

L'ipotesi che la disfunzione glinfatica contribuisca all'Alzheimer ha trovato sostegno in molti studi successivi. Già nel 2014 uno studio di tomografia su 70 pazienti con Alzheimer iniziale aveva mostrato AQP4 dislocata fuori dalla sua posizione fisiologica. La rassegna del Journal of Neuroscience rilegge oggi tutta la patologia da questa prospettiva: la beta-amiloide accumulata non è solo il risultato di un'iperproduzione, ma anche di una sotto-eliminazione. La cronica privazione di sonno (sotto le 6 ore a notte negli adulti) si correla a livelli più alti di beta-amiloide nel liquor.

Cosa migliora il flusso glinfatico

  • Sonno notturno regolare: 7-9 ore con stadi NREM ben rappresentati.
  • Postura del fianco: alcuni studi su roditori (Lee et al., 2015) suggeriscono efficienza maggiore quando si dorme di lato rispetto a posizione supina o prona.
  • Attività fisica aerobica: aumenta il battito arterioso che spinge il liquido lungo gli spazi peri-arteriosi.
  • Idratazione e omeostasi del sodio: necessari al funzionamento di AQP4.

Cosa lo peggiora

  • Privazione cronica di sonno o sonno frammentato.
  • Apnee ostruttive non trattate.
  • Età: dopo i 65 anni l'efficienza glinfatica cala fino al 40%.
  • Trauma cranico, anche lieve ma ripetuto (boxe, football americano).

Una scoperta che è una rivoluzione paradigmatica

Per oltre un secolo il sonno è stato spiegato in termini di sintesi proteica e consolidamento mnemonico. Il sistema glinfatico aggiunge una funzione «ingegneristica»: il sonno serve anche, banalmente, a fare le pulizie. Una rassegna di Current Biology definisce la scoperta «una delle dieci rivoluzioni neuroscientifiche del decennio». Maiken Nedergaard, oggi anche all'Università di Copenhagen, è stata premiata con il Brain Prize della Lundbeck Foundation nel 2020.

Domande frequenti

Esiste anche nell'uomo?

Sì. Gli studi iniziali sono stati condotti sul topo, ma dal 2017 risonanze a contrasto eseguite su pazienti umani (Eide e Ringstad, NeuroImage 2017) hanno confermato la presenza del sistema con le stesse vie anatomiche.

Quanto tempo ci mette a 'pulire' il cervello?

Circa otto ore di sonno NREM permettono un rinnovo quasi completo del liquido interstiziale. Una notte saltata riduce la clearance del 30%.

Posso 'allenare' il sistema glinfatico?

Non ci sono protocolli farmacologici approvati. Le evidenze più solide indicano che mantenere un sonno regolare e fare attività fisica aerobica sono i due fattori più impattanti.

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