Animali
Il pesce pulitore Labroides dimidiatus passa il test dello specchio: la scoperta di Kohda che ha fatto litigare gli etologi
Nel 2019 il team di Masanori Kohda dell'Osaka City University pubblica su PLOS Biology la prova che un pesce di 10 cm si riconosce allo specchio. Il dibattito sull'autoconsapevolezza animale non sarà più lo stesso.

Per quarant'anni il test dello specchio, ideato dallo psicologo americano Gordon Gallup Jr. nel 1970, ha funzionato come un confine: da una parte gli animali "autocoscienti" — scimpanzé, oranghi, bonobo, elefanti asiatici, gazze ladre — dall'altra tutti gli altri, classificati come privi della capacità di riconoscere sé stessi. Nel 2019 quel confine è stato spostato di parecchio, in basso, fino a includere un piccolo pesce d'acqua tropicale lungo dieci centimetri. Il responsabile è il Labroides dimidiatus, il pesce pulitore comune delle barriere coralline indo-pacifiche, e il colpevole è il neuroetologo giapponese Masanori Kohda dell'Osaka City University.
Il test del segno (e perché un pesce era già perfetto per superarlo)
Il test di Gallup, anche detto mark test, funziona così: si applica un segno colorato e indolore in un punto del corpo dell'animale che lui non può vedere direttamente. Poi gli si presenta uno specchio. Se l'animale tenta di rimuovere il segno toccandolo sul proprio corpo — e non sull'immagine riflessa — significa che ha capito che lo specchio rappresenta sé stesso, e non un conspecifico. È, secondo Gallup, la prova operativa della cosiddetta autoconsapevolezza visiva.
Il Labroides dimidiatus è un candidato ideale per ragioni biologiche: vive di pulizia, letteralmente. Si appende ai fianchi di pesci enormi (cernie, mante, persino squali) e mangia parassiti, batteri e detriti che trova sulla loro pelle. Lo fa scrutando ogni millimetro del cliente alla ricerca di puntini insoliti. È un occhio professionale per le anomalie cromatiche degli altri: e quindi per definizione un buon candidato per accorgersi di un'anomalia cromatica sul proprio corpo, se solo riesce a capire che quello allo specchio è il suo corpo.

I quattro pesci che hanno cambiato l'etologia
L'esperimento decisivo fu pubblicato il 7 febbraio 2019 da Kohda e colleghi su PLOS Biology. Dieci esemplari di L. dimidiatus, allevati in laboratorio, furono esposti a uno specchio per la prima volta. Le reazioni iniziali, come previsto, furono aggressive: ogni pesce attaccò ripetutamente il riflesso, scambiandolo per un rivale. Dopo tre-quattro giorni, però, qualcosa cambiò: gli attacchi cessarono e i pesci cominciarono a compiere comportamenti idiosincratici — nuotate sottosopra, ondulazioni del corpo davanti allo specchio — che Kohda interpretò come tentativi di confrontare i propri movimenti con quelli del riflesso.
A questo punto, sotto anestesia, i ricercatori applicarono ad alcuni pesci una macchia marrone (innocua, simile a un parassita) sulla gola: posizione invisibile senza specchio. Quattro dei sette pesci marcati, una volta tornati nella vasca con lo specchio, cominciarono a strofinarsi la gola contro il fondo della vasca o contro le pietre, esattamente nel punto della macchia. I tentativi di rimozione cessavano se il segno era trasparente (controllo di gravità del segno) o se lo specchio veniva tolto (controllo della visibilità del segno). I quattro pesci, in altre parole, avevano superato il test del segno con criteri rigorosi.
Una bomba etologica
La reazione della comunità scientifica fu intensa. Lo stesso Gordon Gallup, intervistato dal National Geographic, espresse scetticismo: "Forse i pesci stanno solo cercando di rimuovere un parassita che gli prude, non si stanno riconoscendo". Il primatologo olandese Frans de Waal, in un editoriale di accompagnamento su PLOS Biology, propose una via di mezzo: forse il test dello specchio non è un esame binario, ma misura un continuum di forme di autoconsapevolezza, e Labroides dimidiatus mostra una versione "ridotta" dell'autocoscienza visiva, tarata sulle sue esigenze ecologiche.
Il dibattito ha portato Kohda e il team a replicare lo studio con condizioni ancora più stringenti. Nel 2023 sui Proceedings of the National Academy of Sciences hanno pubblicato un secondo lavoro decisivo: hanno mostrato a 18 esemplari fotografie di sé stessi e di altri conspecifici. I pesci attaccavano le foto degli sconosciuti ma non quelle che li ritraevano: discriminazione individuale precisa. Hanno persino dimostrato che il riconoscimento avviene tramite la faccia: cambiando solo il volto del pesce nella foto, l'animale ricominciava ad attaccarla. La somiglianza con il riconoscimento facciale umano è impressionante.

Cosa cambia, ora che lo sappiamo
L'implicazione filosofica è enorme. Per cinquant'anni si è dato per scontato che la corteccia cerebrale (assente nei pesci) fosse necessaria all'autoconsapevolezza. Il Labroides dimidiatus, con il suo encefalo di pochi millimetri di diametro e un'organizzazione neurale completamente diversa dalla nostra, dimostra che la cognizione complessa può evolversi su architetture neurali alternative. Lo studio di follow-up pubblicato da Kohda nel 2025 su Scientific Reports ha addirittura quantificato il tempo necessario: in media i pesci si autoriconoscono dopo 6 esposizioni allo specchio, contro le 20-30 degli scimpanzé giovani.
L'implicazione etica, di conseguenza, è altrettanto pesante. Se un pesce pulitore lungo come un'evidenziatore si autoriconosce, dobbiamo rivedere il modo in cui acquariamo, pescchiamo e mangiamo i pesci? La questione non ha ancora ricevuto risposte legislative chiare; ma una cosa è certa: il piccolo Labroides dimidiatus ha aperto una crepa nella diga che separa il mondo degli animali "coscienti" da quello dei "non-coscienti". E la diga, da quel febbraio 2019, non sembra più tenere.
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