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Tivoli, scoperta la basilica di 800 m² dove Augusto faceva giustizia: l'iscrizione che dà ragione a Svetonio
Il 30 aprile 2026 l'Istituto Villa Adriana e Villa d'Este annuncia il ritrovamento di un architrave in travertino con la scritta [BA]SILICAM DE[—]. Dopo 34 anni, l'edificio del Santuario di Ercole Vincitore ha finalmente un nome.

Due parole soltanto, scolpite a lettere monumentali su un blocco di travertino emerso dalla terra di Tivoli, hanno chiuso un dibattito archeologico che durava da 34 anni. Sono [BA]SILICAM DE[—], frammento di un'iscrizione augustea che identifica con certezza l'edificio più imponente del Santuario di Ercole Vincitore come la basilica citata da Svetonio nel De vita Caesarum. La notizia è stata data il 30 aprile 2026 dal Ministero della Cultura al termine di una nuova campagna di scavo dell'Istituto Villa Adriana e Villa d'Este e della Sapienza Università di Roma.
Dove Svetonio scrisse che Augusto faceva giustizia
Per capire la portata della scoperta serve rileggere Svetonio. Nel capitolo 72 della Vita di Augusto, scritta nel II secolo, lo storico annota:
«Fra i luoghi di ritiro, frequentò soprattutto le località di mare e le isole della Campania, oppure i centri vicini a Roma come Lanuvio, Preneste, Tivoli, dove spesso amministrò la giustizia nei portici del tempio di Ercole».
Il passaggio è famoso fra gli storici: testimonia che Tibur (l'odierna Tivoli) era una delle residenze preferite dell'imperatore, e che il santuario monumentale costruito a strapiombo sull'Aniene non era soltanto un luogo di culto, ma un vero e proprio palazzo della giustizia decentrato. Per oltre due millenni, però, mancavano le prove archeologiche. Quale, esattamente, fra gli enormi edifici del complesso ospitava le sedute imperiali?

Trentaquattro anni di domande, una scritta che le chiude tutte
L'edificio era stato identificato come possibile basilica già nel 1992, sulla base della tipologia architettonica: una sala rettangolare con facciata articolata in nove ingressi, una superficie di oltre 800 metri quadrati e un colonnato che reggeva il tetto in legno. Mancava però l'epigrafe dedicatoria, la pietra angolare che nei santuari romani identificava sempre la funzione dell'edificio.
La svolta è arrivata nello strato di crollo emerso durante l'ultima campagna, sotto il piano di calpestio attuale: un architrave di travertino lungo oltre due metri, spezzato in più frammenti, con due delle lettere superstiti chiarissime — BASILICAM, all'accusativo, e l'inizio della parola successiva DE—. La paleografia, riferiscono gli archeologi al comunicato di AgenziaCult, è inequivocabilmente di età augustea (fine I secolo a.C. – inizio I secolo d.C.). Il caso è chiuso.
Un cantiere che fa parlare la cultura materiale
Gli scavi hanno restituito molto altro. Lo strato di crollo conservava grossi blocchi di intonaco dipinto a vivaci pannelli rossi e gialli, ceramica fine da mensa attribuita a botteghe di Arezzo (terra sigillata), tessere musive bianche e nere e frammenti di colonne in marmo lunense. La documentazione della rivista Stile Arte mostra come il pavimento originario fosse stato rifatto almeno tre volte fra l'età repubblicana e quella tardoantica, indicando un uso continuo dell'edificio per oltre cinque secoli.
L'identificazione della basilica permette ora di rileggere l'intera planimetria del santuario: il portico citato da Svetonio si apriva probabilmente verso il piazzale centrale del complesso, in modo che chiunque pagasse il pedaggio sulla via Tiburtina potesse vedere l'imperatore in azione. Era una messa in scena del potere romano accuratamente costruita.

Il santuario che gli ingegneri sannitici copiarono da Praeneste
Il complesso di Ercole Vincitore, costruito fra il 130 e il 90 a.C., è uno degli esempi più ambiziosi di architettura tardo-repubblicana italica. La sua planimetria — un grande recinto rettangolare con un teatro semicircolare addossato alla terrazza monumentale — riprende il modello del Santuario di Fortuna a Palestrina (Praeneste), ma su una scala ancora più imponente: circa 3.000 metri quadrati di area sacra, costruita modificando il profilo della collina con sostruzioni in opus incertum che reggono un piano sopraelevato. Sotto, il diverticolo della via Tiburtina passava in galleria coperta: una vera autostrada urbana che incassava pedaggi a favore del santuario.
Per il direttore dell'Istituto Villa Adriana e Villa d'Este, Andrea Bruciati, l'iscrizione «chiude un capitolo aperto dal 1992 e ne apre uno nuovo». Il sito, accessibile al pubblico dal lunedì alla domenica con biglietto integrato Villa Adriana-Villa d'Este, prepara una mostra temporanea sull'iscrizione e sui materiali dello scavo, in programma a partire dall'autunno 2026.
Quando Svetonio aveva ragione (dopo 1.900 anni)
Le scoperte come questa hanno un valore che va oltre il dettaglio antiquario. Confermano che le fonti scritte dell'antichità — anche le più aneddotiche, come le Vite di Svetonio, spesso bollate dagli storici moderni come pettegolezzo di palazzo — possono nascondere precisione documentaria sorprendente. A Tivoli, sotto un metro di terra, lo storico aveva ragione: l'imperatore amministrava davvero la giustizia «nei portici del tempio di Ercole». Servivano duemila anni e due parole su un travertino spezzato per dimostrarglielo.
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