Curiosando si impararivista di curiosità

Psicologia

Le cinque fasi del lutto di Kübler-Ross: cosa dice davvero la scienza

Il celebre modello di negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione è utile, ma non come si crede.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Candela accesa nella penombra, simbolo di raccoglimento e memoria
Candela accesa nella penombra, simbolo di raccoglimento e memoria

Negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. Sono le celebri cinque fasi del lutto, un modello entrato così profondamente nella cultura popolare da essere citato in film, serie tv e conversazioni quotidiane. L'idea che il dolore per una perdita attraversi tappe ordinate e prevedibili è rassicurante. C'è solo un problema: la ricerca scientifica degli ultimi decenni mostra che il lutto, nella realtà, non funziona così. Capire perché aiuta a guardare con più verità — e più compassione — a una delle esperienze umane più universali.

Da dove nasce il modello

Le cinque fasi furono proposte dalla psichiatra svizzero-americana Elisabeth Kübler-Ross nel suo libro del 1969 On Death and Dying ("La morte e il morire"). È importante un dettaglio spesso dimenticato: il modello nacque osservando i malati terminali e il modo in cui affrontavano la prospettiva della propria morte imminente, non il dolore di chi resta dopo aver perso una persona cara. Solo in un secondo momento, e con grande successo divulgativo, lo schema fu esteso al lutto in generale. Kübler-Ross ebbe il merito storico di rompere un tabù, portando il tema della morte al centro dell'attenzione medica e pubblica in un'epoca in cui se ne parlava pochissimo.

Due mani che si stringono in un gesto di sostegno e conforto
Il sostegno delle persone vicine è uno dei fattori più importanti nell'elaborazione di una perdita. Credit: Arif Syuhada, Pexels.

Cosa dicono i dati

Il punto critico è che il modello delle cinque fasi non è mai stato confermato come una sequenza universale, ordinata e obbligatoria. Uno studio pubblicato nel 2007 sulla rivista JAMA ha esaminato empiricamente l'andamento del lutto in un ampio campione di persone, scoprendo che l'emozione dominante lungo tutto il percorso non era nessuna delle fasi "negative", bensì l'accettazione, presente fin dall'inizio. La rabbia e la depressione, quando comparivano, erano in genere meno intense e non seguivano l'ordine previsto dal modello. In altre parole, le persone non procedono in fila indiana da una fase all'altra: oscillano, saltano passaggi, ne vivono alcuni e altri no.

La resilienza è la norma, non l'eccezione

Le ricerche dello psicologo George Bonanno, della Columbia University, hanno ribaltato un altro luogo comune: l'idea che per "elaborare" correttamente una perdita sia necessario attraversare un periodo di sofferenza intensa, il cosiddetto "lavoro del lutto". Studiando migliaia di persone in lutto, Bonanno ha mostrato che la resilienza — la capacità di mantenere un equilibrio psicologico relativamente stabile dopo la perdita — è in realtà la risposta più comune, non un segno di freddezza o di rimozione. Molte persone provano dolore profondo ma riescono comunque a funzionare, a trovare momenti di serenità e perfino di gioia, senza per questo amare meno chi hanno perduto.

Perché un modello sbagliato può fare danni

Se le cinque fasi non descrivono accuratamente il lutto, perché preoccuparsene? Perché un modello rigido può creare aspettative dannose. Chi non prova rabbia può sentirsi "sbagliato"; chi raggiunge presto una forma di pace può temere di non aver amato abbastanza; chi non segue l'ordine previsto può credere di non stare elaborando "correttamente" il dolore. Trattare le fasi come una lista di controllo obbligatoria rischia di patologizzare reazioni del tutto normali, che variano enormemente da persona a persona. Le principali associazioni di psicologia, come l'American Psychological Association, sottolineano oggi proprio l'unicità e la variabilità di ogni percorso di lutto.

Cosa resta di utile

Tutto questo non significa che il modello di Kübler-Ross sia da buttare. Le cinque "fasi" possono essere lette non come tappe obbligate, ma come un vocabolario di emozioni che spesso accompagnano una perdita: dare un nome alla negazione, alla rabbia o al senso di contrattazione può aiutare le persone a riconoscere e accettare ciò che provano. La stessa Kübler-Ross, negli anni successivi, precisò che le fasi non erano pensate come lineari né valide per tutti. Il messaggio della scienza è chiaro: il lutto non è una scala da salire un gradino alla volta, ma un'esperienza profondamente personale. Non esiste un modo "giusto" o un calendario per soffrire e per guarire — ed è proprio questa libertà, paradossalmente, la cosa più importante da sapere per chi attraversa una perdita o vuole essere d'aiuto a chi la sta vivendo.

Come stare vicino a chi soffre

Cosa ci insegna tutto questo sul piano pratico? Innanzitutto, a diffidare delle ricette universali. Di fronte a una persona in lutto, l'impulso di rassicurarla dicendole in quale \"fase\" si trova o cosa proverà \"dopo\" è spesso controproducente: ogni percorso è diverso, e imporre uno schema può far sentire l'altro incompreso. Gli esperti suggeriscono piuttosto di offrire una presenza costante e non giudicante, di ascoltare senza fretta e di rispettare i tempi e i modi di chi sta soffrendo, qualunque essi siano.

È utile anche sapere che, nella grande maggioranza dei casi, il dolore acuto tende ad attenuarsi naturalmente nel tempo, e che cercare aiuto professionale è opportuno quando la sofferenza resta intensa e invalidante molto a lungo, interferendo in modo persistente con la vita quotidiana: in questi casi si parla di lutto complicato o prolungato, una condizione riconosciuta che può beneficiare di un supporto specifico. Risorse autorevoli come quelle messe a disposizione dai servizi sanitari pubblici, tra cui il National Health Service britannico, offrono indicazioni equilibrate e basate sull'evidenza. Il lascito più prezioso di Elisabeth Kübler-Ross, in fondo, non è il suo schema in cinque punti, ma l'aver insegnato a una società intera che della morte e del dolore si può, e si deve, parlare apertamente.

Una buona curiosità ogni mattina

Iscriviti gratuitamente: niente spam, solo articoli scelti.

Iscrivendoti accetti la privacy policy. Puoi disiscriverti in ogni momento.


Da scoprire

Continua a leggere

Altre storie che ti potrebbero piacere, scelte per te