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Psicologia

Flow: lo stato di "esperienza ottimale" che Mihaly Csikszentmihalyi scoprì studiando i pittori

Un pittore che dimentica di mangiare per dodici ore, un musicista che non sente più il tempo, un programmatore che esce dall'ufficio convinto siano appena passati venti minuti. Lo stato di flow esiste — e ha regole precise.

di Andrea Bertolotti··5 min di lettura
Persona concentrata in attività di pittura o scrittura, in stato di profonda attenzione
Persona concentrata in attività di pittura o scrittura, in stato di profonda attenzione

C'è uno stato mentale che molti di noi hanno provato almeno una volta nella vita: il tempo accelera o si ferma, la fatica scompare, l'attività in corso assorbe completamente l'attenzione, si dimentica perfino di mangiare. È quello stato che un musicista jazz descrive con "non sono io che suono, è la musica che suona attraverso me"; quello che un chirurgo chiama "essere completamente nell'intervento"; quello che un programmatore percepisce quando "il codice scrive se stesso".

Lo psicologo ungherese-americano Mihaly Csikszentmihalyi (si pronuncia Cik-sent-mi-hai) gli ha dato un nome scientifico: flow, o "esperienza ottimale". Lo ha studiato per cinquant'anni, lasciando uno dei contributi più influenti della psicologia positiva.

1975: la nascita del concetto

Csikszentmihalyi era affascinato da un fenomeno che osservava nei pittori del programma di arte dell'Università di Chicago: passavano ore davanti alla tela in uno stato di estrema concentrazione, dimentichi di sete, fame, stanchezza. Quando l'opera era finita, però, perdevano interesse: l'oggetto non li interessava quanto il processo. Cosa li teneva incollati alla tela?

Nel libro Beyond Boredom and Anxiety (1975), Csikszentmihalyi pubblicò la sua prima teoria: l'esperienza ottimale è uno stato in cui il piacere viene dall'attività stessa, non dal risultato. La chiamò esperienza autotelica, dal greco autos (sé) e telos (fine). E quando intervistò ballerini, scalatori, scacchisti, chirurghi, scoprì che descrivevano tutti la stessa cosa con metafore simili: «era come essere portato da una corrente». Da qui la parola flow. La storia del termine è raccontata da PositivePsychology.com.

Le sette condizioni che producono il flow

Nel suo libro più famoso, Flow: The Psychology of Optimal Experience (1990), Csikszentmihalyi distillò gli ingredienti dell'esperienza ottimale in otto componenti. Quasi mai tutti otto sono presenti, ma la combinazione di almeno tre li attiva. Sono:

  • Obiettivi chiari: sapere esattamente cosa va fatto in ogni momento.
  • Feedback immediato: ogni azione produce un riscontro percepibile (la pallina entra, la nota suona, il codice compila).
  • Equilibrio tra sfida e capacità: il compito è leggermente più difficile delle abilità attuali — non troppo facile (noia), non troppo difficile (ansia).
  • Concentrazione totale: l'attenzione è completamente assorbita.
  • Fusione tra azione e consapevolezza: si fa l'azione senza pensare di farla.
  • Senso di controllo: percezione di poter gestire la situazione.
  • Perdita dell'autocoscienza: sparisce il "controllore interno".
  • Distorsione del tempo: il tempo accelera o si ferma.
Musicista immerso nella performance con uno strumento
Il flow è particolarmente diffuso nelle attività che combinano abilità e creatività, come la musica. Foto: Pexels / Los Muertos Crew

Il grafico delle sfide

Csikszentmihalyi rappresentò la zona del flow su un piano cartesiano: sfida sull'asse Y, abilità sull'asse X. Quando entrambe sono basse, si è nella zona dell'apatia. Quando la sfida è alta ma l'abilità è bassa, si entra nell'ansia. Quando la sfida è bassa ma l'abilità è alta, si entra nella noia. Il flow si trova nella diagonale, dove sfida e abilità crescono insieme.

Questo spiega un fenomeno importante: per restare nel flow occorre aumentare gradualmente la difficoltà. Se un programmatore continua a scrivere codice da principiante, si annoia; se si dedica solo a problemi troppo difficili, si demoralizza. La sfida deve essere appena sopra il livello di competenza attuale.

Misurare il flow: la tecnica dell'"experience sampling"

Per studiarlo scientificamente, Csikszentmihalyi inventò una tecnica oggi standard in psicologia: l'Experience Sampling Method. Negli anni Settanta dotava i partecipanti di un cercapersone che li avvisava a orari casuali durante la giornata; loro dovevano compilare un breve questionario su cosa stessero facendo, come si sentissero, quanto fossero assorbiti. Oggi è la versione precursore delle moderne app di mood-tracking.

Dai dati raccolti su migliaia di soggetti emerse un risultato sorprendente: le persone riferivano stati di flow più spesso al lavoro che nel tempo libero. Eppure, alla fine della giornata, dichiaravano di aver preferito il tempo libero. È la cosiddetta paradox of work: il lavoro produce più flow ma viene comunque vissuto con minore soddisfazione, probabilmente per ragioni legate alla scelta percepita.

Flow e produttività

Le ricerche pubblicate negli anni 2000 hanno mostrato come il flow correli con prestazioni superiori alla media in numerosi domini: i giocatori di scacchi in flow giocano meglio, i chirurghi commettono meno errori, gli scrittori producono testi più creativi. Uno studio del 2020 pubblicato su Frontiers in Psychology ha riassunto le evidenze: il flow non è solo piacevole, è la condizione ottimale per imparare e creare.

L'azienda McKinsey ha pubblicato dati secondo cui dirigenti che lavorano in flow sono il 500% più produttivi di chi non vi entra mai. La consulenza Strategy+Business ha contestato il numero come hype, ma il consenso accademico resta: il flow accelera l'apprendimento, riduce l'errore, aumenta la qualità del prodotto finale.

Persona profondamente concentrata sul lavoro al computer in un ambiente silenzioso
L'equilibrio tra sfida e capacità è la chiave per entrare nel flow. Foto: Pexels / Pavel Danilyuk

Come attivare il flow nella vita quotidiana

Csikszentmihalyi suggeriva alcune strategie pratiche, riassunte nel libro Finding Flow (1997):

  • Definisci micro-obiettivi per ogni sessione di lavoro, anche di 25 minuti.
  • Rimuovi le interruzioni: il flow ha una soglia di entrata di circa 15-20 minuti, e basta una notifica per perderla.
  • Cerca attività con feedback immediato: sport, musica, codice, giardinaggio, cucina creativa.
  • Alza progressivamente la sfida: la stessa attività ripetuta diventa noia.
  • Imposta un ambiente di lavoro che favorisca la concentrazione: spazio dedicato, suoni costanti, segnali visivi che indicano "non disturbare".

Critiche e nuove ricerche

Non tutto il flow è positivo. Studi recenti mostrano che esistono dark flow: stati di assorbimento patologico tipici del gioco d'azzardo problematico o dello scrolling compulsivo dei social media. Le piattaforme digitali sfruttano gli stessi meccanismi (feedback continuo, sfide variabili, obiettivi visibili) per generare uso compulsivo. Lo stesso Csikszentmihalyi, negli ultimi anni di vita, era critico verso la trasformazione del flow in macchina di engagement.

Lo psicologo morì il 20 ottobre 2021 a Claremont, California, a 87 anni. Il New York Times lo definì "il padre della psicologia positiva".

Domande frequenti

Tutti possono provare flow?

In linea di massima sì. La frequenza dipende dalla cosiddetta personalità autotelica: curiosità, perseveranza, capacità di trovare obiettivi intrinseci.

Si può entrare in flow guardando un film?

Difficilmente. Il flow richiede un'azione attiva con feedback. Guardare passivamente attiva al massimo uno stato di immersione, simile ma non identico.

Esiste un modo per misurare il proprio flow?

Le ricerche universitarie usano questionari validati come la Flow Short Scale di Rheinberg. Alcune app commerciali si propongono di stimarlo, ma con validità scientifica più discutibile.

La prossima volta che alzate la testa dal libro o dal computer e vi accorgete che sono passate tre ore senza che ve ne accorgeste, riconoscete il fenomeno: avete attraversato il flow. Csikszentmihalyi ci ha insegnato a chiamarlo per nome — e a cercarlo a colpo sicuro.

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