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Psicologia

Effetto spettatore: perché in mezzo alla folla nessuno chiama aiuto

Più persone assistono a un'emergenza, meno è probabile che qualcuno intervenga. La colpa è di un meccanismo mentale.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Folla anonima di persone che cammina in una strada cittadina affollata
Folla anonima di persone che cammina in una strada cittadina affollata

Immaginate di assistere a un malore per strada. Se siete l'unico passante, è quasi certo che vi precipitiate ad aiutare. Ma se attorno alla persona a terra c'è una folla di venti spettatori, la probabilità che voi interveniate crolla. È un paradosso contro-intuitivo e ben documentato della psicologia sociale, e ha un nome: effetto spettatore (o bystander effect). Più testimoni ci sono, meno è probabile che qualcuno si faccia avanti.

Il caso che accese la ricerca

La storia dell'effetto spettatore comincia con un fatto di cronaca. Nel marzo 1964, a New York, una giovane donna di nome Kitty Genovese fu aggredita e uccisa vicino a casa sua. Il New York Times raccontò che 38 vicini avevano assistito o sentito l'aggressione senza che nessuno chiamasse la polizia in tempo. La storia scioccò l'America e fece nascere l'interrogativo: come può una folla di persone restare a guardare?

Va detto subito che la ricostruzione giornalistica di quel caso si è poi rivelata fortemente esagerata: come ha documentato un'analisi pubblicata su American Psychologist nel 2007, i testimoni reali furono molti meno, alcuni chiamarono davvero aiuto e la dinamica fu diversa da come fu raccontata. Ma il mito, per quanto impreciso, spinse due psicologi a indagare il fenomeno in laboratorio.

Gli esperimenti di Darley e Latané

John Darley e Bibb Latané misero alla prova l'idea con esperimenti ormai classici. In uno dei più celebri, pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology nel 1968, i partecipanti discutevano via interfono credendo di parlare con altri studenti. A un certo punto uno dei (finti) interlocutori simulava una crisi epilettica, chiedendo aiuto. Il risultato fu impressionante: quando il soggetto credeva di essere l'unico ad ascoltare, accorreva nell'85% dei casi; quando pensava che ci fossero altri quattro testimoni, la percentuale crollava e i tempi di reazione si allungavano enormemente.

In un altro esperimento, i partecipanti compilavano un questionario mentre la stanza si riempiva di fumo da una fessura. Da soli, quasi tutti uscivano per dare l'allarme; in presenza di altre persone (complici istruiti a restare immobili), molti restavano seduti a tossire, fingendo che andasse tutto bene.

Persone che attraversano una strada affollata senza guardarsi
In mezzo alla folla la responsabilità di agire si "diluisce" tra i presenti. Credit: Pew Nguyen / Pexels.

Perché succede: la responsabilità si diluisce

Darley e Latané individuarono due meccanismi principali. Il primo è la diffusione della responsabilità: quando ci sono molti testimoni, ognuno sente che la responsabilità di intervenire è condivisa, quindi "spalmata" su tutti. Se nessuno è l'unico responsabile, è più facile che nessuno agisca. Il secondo è l'influenza sociale: in una situazione ambigua guardiamo agli altri per capire se è davvero un'emergenza. Ma se tutti gli altri restano immobili — magari perché stanno facendo lo stesso ragionamento — ne deduciamo erroneamente che non ci sia pericolo. È l'ignoranza pluralistica: tutti sono preoccupati, ma ognuno crede di essere l'unico a esserlo.

Non sempre la folla è cieca

L'effetto spettatore è reale, ma la ricerca recente ne ha smussato i contorni più cupi. Uno studio del 2019 su American Psychologist ha analizzato centinaia di filmati di videosorveglianza reali, di liti e aggressioni in città di tre Paesi diversi. Il risultato è incoraggiante: in oltre il 90% dei casi almeno un passante interveniva, e più persone erano presenti, maggiore era la probabilità che qualcuno aiutasse. In altre parole, in situazioni di pericolo concreto la solidarietà umana resiste più di quanto gli esperimenti di laboratorio facessero temere.

Le cinque decisioni prima di agire

Latané e Darley non si limitarono a descrivere il fenomeno: proposero un modello in cinque passi che ogni potenziale soccorritore attraversa, spesso in pochi secondi. Primo, notare l'evento: in mezzo alla folla e alla fretta è facile non accorgersi nemmeno di ciò che accade. Secondo, interpretarlo come un'emergenza, ed è qui che entrano in gioco l'ambiguità e l'influenza degli altri. Terzo, assumersi la responsabilità di intervenire, il passaggio in cui la diffusione della responsabilità fa più danni. Quarto, sapere come aiutare; e quinto, decidere di farlo davvero, superando la paura di sbagliare o di esporsi. Basta inceppare uno solo di questi passaggi perché l'aiuto non arrivi.

Latané sviluppò anche una "teoria dell'impatto sociale" per quantificare il fenomeno: l'influenza esercitata su un individuo dipende dal numero delle persone presenti, dalla loro vicinanza e dalla loro importanza, e la responsabilità di agire si divide tra tutti i presenti come una torta tra più commensali. Più sono le fette, più piccola è quella che tocca a ciascuno. Questo modello ha conseguenze pratiche: i corsi di primo soccorso insegnano oggi a "rompere" la catena dell'inazione riconoscendo consapevolmente l'effetto spettatore, designando una persona precisa per ogni compito e agendo per primi, sapendo che gli altri tenderanno a seguire.

Va anche detto che l'effetto spettatore non riguarda solo le emergenze drammatiche: lo stesso meccanismo spiega perché, in un gruppo di lavoro, un compito di cui "tutti" sono responsabili rischi di non essere svolto da nessuno, o perché in una discussione affollata una domanda resti senza risposta. La diffusione della responsabilità è una costante della vita sociale.

La lezione pratica resta preziosa. Se siete voi ad avere bisogno di aiuto in mezzo a una folla, non gridate "aiutatemi!" all'aria: indicate una persona specifica — "lei, con la giacca blu, chiami un'ambulanza!" — annullando così la diffusione della responsabilità. E se siete tra i presenti, ricordate che il primo a muoversi rompe l'incantesimo: spesso basta una persona che agisce perché tutti gli altri la seguano.

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