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Psicologia

Effetto bystander: perché in folla siamo meno propensi ad aiutare (e quanto è vero il caso Kitty Genovese)

L'omicidio del 13 marzo 1964 a New York scosse l'opinione pubblica e diede il via a una rivoluzione della psicologia sociale. Quattro anni dopo, gli esperimenti di Darley e Latané identificarono un meccanismo replicato in cinquant'anni di laboratorio.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Strada cittadina di notte con passanti e luci dei lampioni
Strada cittadina di notte con passanti e luci dei lampioni

Capita più spesso di quanto pensiamo: qualcuno si sente male in metropolitana e tutti continuano a leggere il telefono; un incidente in autostrada, e per minuti nessuno si ferma; una rissa per strada e venti persone osservano senza chiamare la polizia. La psicologia sociale ha dato un nome a questo paradosso: effetto bystander, bystander effect, dall'inglese bystander = «astante», «passante». Più persone assistono a un'emergenza, minore è la probabilità che qualcuna di loro intervenga. È uno degli effetti più consolidati e replicati della psicologia sperimentale e ha radici precise: l'omicidio di una giovane donna a New York, una notte del 1964.

13 marzo 1964: il caso Kitty Genovese

Catherine "Kitty" Genovese, 28 anni, barista in un locale di Queens, fu aggredita da Winston Moseley all'una di notte del 13 marzo 1964, sotto casa sua, in Austin Street, Kew Gardens. L'aggressione durò circa 30 minuti in due fasi: Moseley la accoltellò, fuggì spaventato dalle urla, tornò dopo 10 minuti per finirla. Genovese morì in ambulanza. Due settimane dopo, il New York Times pubblicò un articolo di Martin Gansberg intitolato «37 Who Saw Murder Didn't Call the Police»: secondo l'inchiesta del Times, 38 testimoni avrebbero assistito all'aggressione senza muovere un dito. Il caso scosse l'America. Era la prova che le grandi metropoli avevano corroso la solidarietà tra esseri umani.

Strada cittadina di notte con luci e ombre dei passanti
Kew Gardens, Queens, dove avvenne l'aggressione del 1964. Foto: Pexels / Lensloji

1968: gli esperimenti di Darley e Latané

Due giovani psicologi sociali, John Darley (Princeton) e Bibb Latané (Columbia), furono colpiti dal caso e decisero di studiare il fenomeno in laboratorio. Pubblicarono nel 1968 su Journal of Personality and Social Psychology un articolo che divenne pietra miliare: «Bystander intervention in emergencies: Diffusion of responsibility». Il design dell'esperimento: studenti universitari erano fatti partecipare a una discussione in cubicoli separati, comunicando solo via interfono. Uno dei "compagni" — in realtà un attore — simulava una crisi epilettica. La variabile manipolata era il numero apparente di altri ascoltatori in linea.

I risultati, ricostruiti dalla scheda dedicata su Wikipedia, furono chiari:

  • quando il soggetto credeva di essere solo con la persona in difficoltà, l'85% usciva dal cubicolo per chiedere aiuto entro un minuto;
  • quando credeva di essere uno su tre ascoltatori, la percentuale crollava al 62%;
  • quando credeva di essere uno su sei, scendeva al 31%.

Più persone in linea, meno aiuto. Il fenomeno era genuino.

I tre meccanismi psicologici

Darley e Latané identificarono tre processi mentali che operano in parallelo:

  1. Diffusione della responsabilità: «qualcun altro sicuramente sta già aiutando». La responsabilità individuale si divide fra tutti i presenti.
  2. Ignoranza pluralistica: «gli altri sembrano calmi, allora non sarà davvero un'emergenza». Cerchiamo nelle reazioni altrui un indizio di pericolo, e se gli altri non agiscono crediamo non ce ne sia.
  3. Apprensione valutativa: «e se interpreto male e mi rendo ridicolo davanti a tutti?». La paura del giudizio altrui inibisce l'azione.

Cosa abbiamo scoperto su Kitty Genovese (e perché conta)

Il caso emblematico, paradossalmente, è in parte una leggenda. Una indagine pubblicata sull'American Psychologist nel 2007 da Manning, Levine e Collins ha riesaminato i verbali della polizia, le testimonianze e gli atti del processo a Moseley. La conclusione: i "38 testimoni" del New York Times sono un'esagerazione giornalistica. Solo poche persone videro davvero qualcosa: era notte fonda, l'attacco fatale avvenne in una tromba delle scale fuori vista, alcuni vicini chiamarono effettivamente la polizia e una donna, Sophia Farrar, scese in strada per assistere Genovese morente. Anche la voce dedicata su Wikipedia ricostruisce in dettaglio queste revisioni.

Folla di persone in movimento in un luogo urbano affollato
L'effetto bystander è uno dei risultati più replicati della psicologia sperimentale. Foto: Pexels / Beyzaa Yurtkuran

Cinquant'anni di repliche e meta-analisi

L'effetto bystander è tra i più robusti della disciplina. Una meta-analisi del 2011 firmata da Peter Fischer dell'Università di Regensburg ha aggregato i risultati di 53 studi su oltre 7.700 partecipanti: la probabilità che una persona sola aiuti è in media 2-5 volte maggiore di una persona inserita in un gruppo. Un dato però sorprende: in situazioni di pericolo realmente grave e visibile (incendi, aggressioni armate), l'effetto si riduce o addirittura si inverte, perché la percezione di emergenza spinge ad agire. La rassegna pubblicata su Behavioral Sciences nel 2021 mostra anche una base biologica: la corteccia prefrontale media il calcolo costi/benefici sociali tipico della diffusione di responsabilità.

Come ridurre l'effetto bystander

  • Designare esplicitamente una persona: «Tu, signore col giubbotto blu, chiama il 112». Eliminata l'ambiguità, l'aiuto arriva.
  • Programmi di formazione: corsi di primo soccorso, sicurezza sul lavoro, gestione molestie. Aumentano la self-efficacy e abbassano la soglia di intervento.
  • Smartphone: paradossalmente, le app di emergenza pubblica come la Public Safety App aumentano la probabilità di chiamata perché eliminano la barriera dell'ignoranza pluralistica («qualcun altro avrà chiamato»).

Domande frequenti

L'effetto vale anche online? Sì. Studi del 2014-2017 mostrano che in chat di gruppo gli utenti tendono a non rispondere a domande poste a tutti, mentre rispondono quasi sempre se l'identico messaggio è inviato in privato.

Esiste una differenza di genere? Modesta. Le donne intervengono più spesso in situazioni di pericolo per altre donne; gli uomini più spesso in situazioni che richiedono forza fisica.

Bambini ed effetto bystander? Compare già a partire dai 5 anni e si rafforza con la socializzazione. Bambini in gruppo aiutano meno di bambini soli, in modo statisticamente significativo.

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