Storie
Katherine Johnson: i calcoli che portarono l'uomo in orbita
Matematica afroamericana alla NASA in piena segregazione razziale, calcolò a mano le traiettorie delle prime missioni spaziali americane. John Glenn volle che fosse lei a verificare i conti del computer.

Quando l'astronauta John Glenn si preparava a diventare, nel 1962, il primo americano a orbitare attorno alla Terra, non si fidava del tutto del moderno computer elettronico che aveva calcolato la sua traiettoria. Chiese che i numeri fossero verificati da una persona di cui invece si fidava ciecamente: "Fate controllare i conti alla ragazza", disse. La "ragazza" era Katherine Johnson, una matematica afroamericana che lavorava alla NASA, e i suoi calcoli a mano contribuirono a portare gli Stati Uniti nello spazio.
Un talento precoce e ostacolato
Katherine Johnson, nata nel 1918 in West Virginia, mostrò fin da bambina un talento straordinario per i numeri: contava ogni cosa, dai gradini ai piatti lavati. Ma cresceva in un'America segregata, in cui per una persona di colore l'istruzione superiore era piena di ostacoli. La sua contea non offriva scuole superiori per studenti afroamericani, così la famiglia si trasferì perché potesse studiare. Laureatasi giovanissima in matematica e francese, fu tra le prime studentesse afroamericane ammesse a un programma universitario avanzato in West Virginia.
Nel 1953 entrò nel centro di ricerca della NACA (la futura NASA) a Langley, in Virginia, come "computer umano": così venivano chiamate le donne, in gran parte afroamericane, che eseguivano a mano i complessi calcoli necessari all'aeronautica e poi all'astronautica. Lavoravano in una sezione segregata, costrette a usare bagni e mense separati da quelli dei colleghi bianchi.
I conti che mandarono l'America nello spazio
Il talento di Katherine si impose oltre ogni barriera. Calcolò la traiettoria del volo suborbitale di Alan Shepard nel 1961, il primo americano nello spazio. Ma il suo contributo più celebre riguarda la missione Friendship 7 di John Glenn. I calcoli orbitali erano ormai affidati ai computer elettronici IBM, macchine nuove e di cui ancora ci si fidava poco. Glenn, prima di salire sulla capsula, pretese che fosse Katherine Johnson a rifare a mano le equazioni e a confermare i risultati della macchina. Lei lo fece, i numeri coincidevano, e la missione fu un successo che cambiò la corsa allo spazio.
Negli anni successivi Katherine lavorò ai calcoli per il programma Apollo, comprese le traiettorie dello sbarco sulla Luna del 1969, e in seguito al programma dello Space Shuttle. La sua firma è su decine di rapporti tecnici, in un'epoca in cui era raro che una donna, e ancor più una donna afroamericana, fosse autrice di documenti scientifici della NASA.
Dall'ombra al riconoscimento
Per gran parte della sua vita, il contributo di Katherine Johnson e delle sue colleghe rimase poco noto al di fuori degli ambienti tecnici. La svolta arrivò nel 2016 con il libro Hidden Figures di Margot Lee Shetterly e l'omonimo film, che raccontarono al grande pubblico la storia delle matematiche afroamericane della NASA, restituendo loro il posto che meritavano nella storia della conquista dello spazio.
Nel 2015 il presidente Barack Obama le conferì la Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile statunitense. La NASA le ha dedicato edifici e strutture, tra cui un centro di ricerca computazionale inaugurato in suo onore in Virginia. Katherine Johnson è morta nel 2020, a 101 anni, dopo aver assistito al pieno riconoscimento del proprio lavoro e aver visto il proprio nome diventare simbolo di un riscatto collettivo.
Un'eredità di numeri e di giustizia
Non era sola: le "figure nascoste"
Katherine Johnson non fu un caso isolato. A Langley lavoravano decine di matematiche afroamericane, tra cui Dorothy Vaughan, che divenne la prima supervisora afroamericana della NACA e si reinventò programmatrice quando arrivarono i computer elettronici, e Mary Jackson, che lottò contro le regole della segregazione per diventare la prima ingegnera afroamericana dell'ente. Insieme formavano la sezione delle "computer di colore", un gruppo di donne il cui lavoro fu essenziale per l'aeronautica e per la corsa allo spazio, ma che per decenni restò ai margini del racconto ufficiale. Riscoprire la loro vicenda ha significato anche riconoscere quanto la scienza, persino nelle sue imprese più celebrate, si fosse appoggiata sul talento di persone a cui la società negava pari diritti.
La sua storia è doppiamente preziosa. Da un lato ci ricorda quanto, dietro le imprese spaziali celebrate nei libri, ci sia un esercito di menti rimaste a lungo invisibili, spesso femminili. Dall'altro è il racconto di un talento che ha sfondato barriere razziali e di genere con la forza tranquilla della competenza. Katherine Johnson amava ripetere di aver semplicemente fatto bene il proprio lavoro, perché "i numeri sono numeri" e non conoscono pregiudizi. Raccontava anche di aver insistito, da giovane, per partecipare alle riunioni da cui le donne erano escluse, chiedendo semplicemente se ci fosse una legge che glielo vietasse: di fronte al silenzio, entrava. Furono proprio i suoi numeri, esatti fino all'ultima cifra, a portare degli esseri umani oltre l'atmosfera e a riportarli a casa sani e salvi.
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