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Corpo Umano

Perché abbiamo il bianco degli occhi: l'occhio cooperativo

Tra tutti i primati, solo l'essere umano ha la sclera bianca e ben visibile attorno all'iride. Non è un dettaglio estetico: secondo gli scienziati è uno strumento sociale per seguire lo sguardo altrui.

di Andrea Bertolotti··4 min di lettura
Primo piano di un occhio umano con la sclera bianca ben visibile attorno all'iride
Primo piano di un occhio umano con la sclera bianca ben visibile attorno all'iride

Guardate negli occhi una persona e poi una qualsiasi scimmia, anche le grandi antropomorfe a noi più vicine come scimpanzé e gorilla. Noterete una differenza che di solito diamo per scontata: nell'essere umano la sclera, la parte bianca attorno all'iride, è ampia, ben visibile e in netto contrasto con l'iride colorata e la pupilla scura. Negli altri primati la sclera è invece scura o pigmentata, e si confonde con il resto dell'occhio. Siamo, in pratica, l'unico primate con il "bianco degli occhi" così esposto. E secondo molti scienziati questo non è affatto un caso.

Un dettaglio che ci tradisce (di proposito)

La sclera bianca produce un effetto preciso: rende immediatamente leggibile la direzione del nostro sguardo. Chiunque ci stia di fronte capisce a colpo d'occhio se stiamo fissando lui, un oggetto alle sue spalle o un punto in alto, semplicemente osservando la posizione dell'iride scura sul fondo chiaro. Per la maggior parte degli animali, esporre dove si sta guardando è uno svantaggio: un predatore che mostra il bersaglio, o una preda che rivela la via di fuga, si tradisce. Eppure l'evoluzione umana ha imboccato la strada opposta, premiando la trasparenza dello sguardo.

L'ipotesi dell'occhio cooperativo

Per spiegare questo paradosso, i ricercatori giapponesi Hiromi Kobayashi e Shiro Kohshima formularono alla fine degli anni Novanta la cosiddetta ipotesi dell'occhio cooperativo. L'idea è che il bianco degli occhi si sia evoluto perché, nella nostra specie altamente sociale, comunicare in silenzio dove stiamo guardando è un vantaggio, non un rischio. In un gruppo che collabora — per cacciare, raccogliere cibo, accudire i piccoli, costruire strumenti — riuscire a indicare un pericolo o una risorsa con un semplice movimento degli occhi è una forma di comunicazione rapidissima ed efficace.

I due studiosi confrontarono gli occhi di numerose specie di primati e scoprirono che l'occhio umano è anche, in proporzione, il più allungato orizzontalmente, una forma che amplifica ulteriormente la visibilità dei movimenti laterali dello sguardo. Tutto, nella morfologia del nostro occhio, sembra ottimizzato per essere "letto" dagli altri.

Volto umano con sguardo rivolto di lato, che mostra la direzione degli occhi
La sclera chiara rende immediatamente leggibile la direzione dello sguardo. Foto: Wallace Castro / Pexels.

La prova nei bambini e nelle scimmie

La conferma più elegante arrivò nel 2007 da uno studio del gruppo di Michael Tomasello al Max Planck Institute. I ricercatori misero a confronto scimpanzé, gorilla, bonobo e bambini umani di poco più di un anno. Una persona davanti a loro spostava lo sguardo verso l'alto muovendo solo gli occhi, oppure muovendo solo la testa (con gli occhi chiusi). Risultato: le grandi scimmie seguivano soprattutto i movimenti della testa, mentre i bambini umani seguivano soprattutto i movimenti degli occhi. Già da piccolissimi, insomma, gli esseri umani sono "sintonizzati" per leggere lo sguardo, non solo la postura del capo.

Questo si lega a un comportamento tipicamente umano e precocissimo: l'attenzione condivisa, cioè la capacità di guardare lo stesso oggetto che sta guardando un'altra persona. È una pietra angolare dello sviluppo: i bambini che seguono lo sguardo degli adulti imparano più in fretta il linguaggio e le competenze sociali. La sclera bianca, in questo senso, è uno strumento al servizio della nostra natura collaborativa.

Occhi che parlano senza parole

Le conseguenze di questo piccolo tratto anatomico sono enormi. Gran parte della nostra comunicazione non verbale passa dagli occhi: capiamo se qualcuno è sincero, imbarazzato, interessato o distratto in buona parte da come e dove guarda. Espressioni come "fulminare con lo sguardo", "occhi che parlano" o "evitare lo sguardo" hanno senso proprio perché l'occhio umano è progettato per essere visto. È un canale di informazione costante che usiamo senza accorgercene, decine di volte al minuto.

Persino i cani sanno leggerci

C'è un risvolto che allarga la prospettiva. Gli scimpanzé faticano a seguire lo sguardo umano, ma i cani domestici ci riescono benissimo: sono finemente sintonizzati sui nostri occhi e sui nostri gesti di indicazione, molto più dei lupi allevati a contatto con l'uomo. Gli etologi ritengono che la convivenza di millenni con la nostra specie abbia selezionato nei cani proprio la capacità di leggere i segnali comunicativi umani, sguardo compreso. È un indizio indiretto ma affascinante: la "leggibilità" dei nostri occhi è così potente come canale di comunicazione che persino un'altra specie ha imparato a sfruttarla per vivere accanto a noi. Lo sguardo umano, insomma, è diventato un linguaggio universale, capace di varcare perfino i confini tra le specie.

Non tutti gli studiosi sono d'accordo nel ritenere la cooperazione la spiegazione unica e definitiva: alcuni propongono che la sclera chiara possa avere anche cause legate alla salute, alla diagnosi visiva o a effetti casuali dell'evoluzione, e il dibattito resta aperto. Ma l'ipotesi dell'occhio cooperativo rimane la più affascinante, perché collega un dettaglio anatomico minuscolo a ciò che ci rende profondamente umani: la capacità di fidarci, collaborare e costruire insieme. Il bianco dei nostri occhi, in fondo, racconta una specie che ha scommesso tutto sullo stare insieme.

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